martedì 28 settembre 2010

I Burakumin del Giappone come i Palestinesi d'Israele ed i Pariah dell'India.. - Le discriminazioni ridicole fra uomo ed “uomo”

Caro Paolo, leggi questo articolo molto interessante......... l'ho trovato partendo dalla pelle della giacca di Sabine e parlandone con un mio collega che mi ha raccontato dei sedili in pelle della sua auto Toyota.... chi lavora le pelli in Giappone é considerato “inferiore”... (Caterina)

Evidentemente la discriminazione "razziale" in casa esiste non solo in Italia, in cui si considerano inferiori certi meridionali (vedi le recenti dichiarazioni di un certo Umberto Bossi che ha definito i romani “porci”) ma é una caratteristica di diverse altre nazioni “civilizzate”, non ne é esente il Giappone... (Paolo D'Arpini)

Potete leggere il testo integrale su:
http://www.giapponeinitalia.org/

(omissisis) … la minoranza che maggiormente nei secoli è stata oggetto di discriminazioni e che costituisce la più estesa minoranza presente in suolo giapponese è quella dei Burakumin. A differenza degli altri gruppi minoritari questo gruppo di fuori casta desta ancor più perplessità in quanto i suoi membri condividono totalmente le origini etniche e razziali dei giapponesi standard.

Il termine BURAKU letteralmente significa ‘villaggio, paesino’ e l’origine della sua accezione negativa va fatta risalire all’epoca feudale (coincidente in Giappone col periodo Edo-Tokugawa) in cui venne istituita, proprio come in India, una suddivisione della società per caste, quattro per la precisione (shinōkōshō), dalla quale ad essere esclusi furono proprio i burakumin, all’epoca designati col termine etahinin, ossia non umanità piena di sporcizia. Questo perché, per il governo feudale Tokugawa che con l’istituzione delle caste voleva assicurarsi un maggior controllo dell’ordine sociale e il rispetto dei limiti stabiliti per ogni classe, una categoria come quella dei burakumin che si occupava di lavori umili e in qualche modo collegati alla morte come i conciatori di pelle, i becchini, i boia, che erano attività per giunta considerate estremamente impure dal credo buddhista e dal culto shintoista, non poteva che essere relegata ai margini sociali e per questo soggetta inevitabilmente a discriminazione e segregazione.

In questa categoria non mancarono di rientrare ovviamente assassini e criminali di vario genere, ma anche mendicanti e addirittura attori itineranti finanche compagnie teatrali, condannati a vagare da un luogo all’altro, esclusi dal consorzio umano, senza il minimo riconoscimento di una dignità umana. Alcuni fuori casta erano anche chiamati kawaramono in quanto relegati a vivere ai margini di fiumi, sui quali raramente erano costruiti dei ponti a indicare a maggior ragione la loro condizione di emarginati.

…. (omissis)...

Situazione non consona ad un paese civilizzato e culturalmente progredito come il Giappone; ma come può accadere, storia e tradizione a volte invece che fornire una guida agli errori da non ripetere e agli aspetti positivi da mantenere, funge da comoda legittimazione e ratifica di abitudini che finiscono col radicarsi talmente tanto da essere considerate parte delle usanze e dei costumi di un popolo.
Eleonora Bertin

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