domenica 19 novembre 2017

Sinistra antiliberista e cronaca dell’assemblea dei “pazzi” del 18 novembre 2017

Roma. Cronaca dell‘assemblea popolare  del 18 novembre 2017 per la costruzione di una lista alternativa al Pd e al centrosinistra per le prossime elezioni politiche


Si chiamerà forse Bella ciao o Potere al popolo o in un altro modo. Nessuno lo sa ma in molti sanno che ci sarà. Comunque. La “pazza idea” di una lista alternativa della sinistra antiliberista, ostile al Pd, estranea al politicismo che ha soffocato il Brancaccio, ha preso corpo in un teatro di Roma a metà strada tra Termini e Tiburtina. Presto  arriverà nelle caselle mail di quanti si sono accreditati, all’assemblea popolare lanciata dal centro sociale napoletano Je so’ pazzo, una bozza di programma, seguiranno passaggi nei territori, assemblee cittadine, e un nuovo appuntamento nazionale fra due, più probabilmente, fra tre settimane. Finisce così, senza un documento già scritto in precedenza, e già questo è irrituale, questo appuntamento che ha colmato gran parte delle disillusioni seguite alla liquefazione delle prove tecniche di unità a sinistra che, volgarmente, chiamiamo Brancaccio. 
Nuove generazioni e militanti più consumati si sono parlati, annusati, riconosciuti. Hanno cominciato a disegnare la mappa – ancora incompleta – delle vertenze territoriali, delle lotte operaie, delle traiettorie politiche, delle battaglie contro la repressione. No Muos, No Tap, No Tav (anche se l’intervento di Nicoletta Dosio, dalla ValSusa salta per motivi tecnici), Almaviva di Roma, autoconvocati della scuola, rete alternativa al G7, rete per l’autorganizzazione popolare, Bsa, Osservatorio Repressione, Napoli direzione opposta, un operaio dell’Ast di Terni (certamente mi sto dimenticando qualcuno), lavoratori romani contro la privatizzazione dei servizi pubblici, ricercatori precari. E poi le organizzazioni politiche: da Rifondazione al Pci, fino a Eurostop e Sinistra anticapitalista (anche questo elenco è deficitario). In sala, tra gli altri, pezzi dell’Altra Europa e della Rete delle Città in comune, Sandro Medici, Francesca Fornario, la ricercatrice Marta Fana, pezzi dissidenti di Sinistra italiana da Marche e Toscana.
Nei saluti finali, Salvatore, per tutti Saso, spiega che l’assemblea vuole parlare alla diaspora comunista e socialista, a chi non va più a votare, a chi si sente solo. Da qui alla prossima puntata nazionale, si conta di coinvolgere altri pezzi della galassia della sinistra politica e sociale. Ma, di fronte alla possibilità di “esche” che possano essere lanciate in questo campo da altri tavoli, all’ipotesi (forse di scuola) che le segreterie scavalchino una chiamata dal basso, quelli dell’ex Opg, i “pazzi”, lo dicono chiaro: «Noi andremo avanti, fosse pure in un solo collegio». E il paragone è con quelli del Gramna, Fidel, il Che e quei pochi che però riuscirono a entrare in connessione con i contadini cubani e portare a termine la rivoluzione.
Il 19 novembre 2017 Rifondazione terrà la sua direzione nazionale e, quindici giorni dopo, il Cpn che dovrebbe sancire l’approdo ma Maurizio Acerbo ha pronunciato parole che sembrano di non ritorno: «Se ci sarà una lista di sinistra, sarà quella che esce da questa sala!». Il segretario di Rifondazione lo ha detto in fondo a un intervento in cui ha provato a spiegare che il suo partito, più che mettere il cappello, è interessato a partecipare alla ricostruzione di una sinistra popolare e di massa «che non sia quella confiscata da quelli del governo Renzi, del governo Monti, del governo Gentiloni».
«Basta con il meno peggio e con l’illusione di tirare per la giacchetta governi amici», dice anche Sergio Cararo di Eurostop annunciando che una decisione potrà arrivare dalla loro assemblea del 2 dicembre 2017.
A fare da filo conduttore è l’idea di una riappropriazione collettiva della politica, della rappresentanza, della connessione con le pratiche sociali. All’orizzonte, la fine dell’equivoco, il «paradosso clamoroso», come lo definisce Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista, che chi ha guidato «vent’anni di neoliberismo che hanno cambiato tutto», chi ha bombardato, gestito l’austerità e distrutto l’unità di classe e tra le generazioni, oggi voglia guidare la ricostruzione della sinistra. Turigliatto riprende l’osservazione che già aveva fatto nell’intervista a Popoff, che saranno decisive le lotte, e da lì bisogna ripartire.
Dopo cinque ore di interventi fitti, l’entusiasmo è alle stelle, specialmente tra i napoletani di Je so’ pazzo, il centro sociale occupato nell’ex Opg che ha lanciato questo appuntamento romano subito dopo la fuga “col pallone” dei due tutori del percorso del Brancaccio, Falcone e Montanari. Comunque vada, hanno dimostrato che in tre giorni è possibile riempire un teatro di 800 persone in una città diversa da quella in cui sono radicati. Non che a Roma siano dei perfetti sconosciuti visto che i loro compagni dei Clash City Workers sono conosciuti da quasi tutte le vertenze operai della Capitale per la capacità di intervento ai cancelli, nei picchetti, nelle assemblee. Mica è un caso che, dopo l’introduzione di Viola di Napoli, è stata Stefania di Almaviva a prendere la parola per raccontare la vicenda di lavoratori che non hanno piegato la testa e, per questo (aver rifiutato la proposta di un taglio del 17% a salari di 600 euro) sono stati licenziati dall’azienda e linciati dai sindacati concertativi e dalla stampa per bene, quella che conta. E che in sala non c’è.
Alle 10 c’erano già alcune decine di persone al Teatro Italia per un’assemblea convocata solo per un’ora dopo.
«Alla fine un teatro ce lo siamo dovuto affittare per poter intervenire!», ha esordito Viola dell’ex Opg alludendo a quando lei stessa contestò Gotor, l’emissario di D’Alema sul palco del Brancaccio. «Del Brancaccio – continua – non ci piacevano certi compagni di viaggio». Viola insiste sulla barbarie che avanza, lo spostamento a destra ormai conclamato, su Minniti che si presenta ai funerali di 26 donne migranti uccise dalle sue leggi. C’è una Costituzione da applicare soprattutto quando dice che vanno rimossi gli impedimenti sociali che sono alla base di disuguaglianze crescenti. Ha un linguaggio semplice e diretto, Viola, e più volte viene interrotta dagli applausi: «Facciamo le cose al rovescio», dice spesso esortando il teatro a superare i politicismi, i tatticismi, “le addizioni”, le chiama lei. «Dov’era il No facciamo il Sì!»: l’Internazionale di Fortini, evoca il mutualismo, il controllo popolare, l’esperienza del suo centro sociale nell’ascolto degli esclusi per «riprederci quel popolo che ci hanno levato». I passaggi che suggerisce il suo intervento prevedono una serie di assemblee popolari nei territorio prima di tornare a Roma fra due-tre settimane con poche parole d’ordine, un «programma minimo» capace di far breccia nel popolo.
Cosa sia il “popolo” lo spiegherà, dopo di lei, Manuela, 24 anni, accento campano e pelle nera, nata a Santa Maria Capua Vetere nel ’93 ma senza diritti di cittadinanza. Martedì, per l’ennesima volta, varcherà la soglia di una questura per farsi prendere le impronte digitali e richiedere il permesso di soggiornare nel paese in cui è nata. Bene, è lei a ripulire la parola popolo da ogni ambiguità populista e interclassista: «Sono le persone escluse, violate, sfruttate». Ossia, spiega Eleonora Forenza, eurodeputata Prc-Altra Europa, è la maggioranza della popolazione che il capitalismo divide in minoranze, mette in competizione, condanna alla solitudine. Forenza, una delle prime a essere contagiata dalla “pazza idea”, coglie la suggestione di una esperienza che parte proprio dalla riappropriazione di un luogo, un manicomio, in cui il capitalismo segrega persone condannate da esso stesso a un destino di patologia e devianza. Forenza chiede una campagna elettorale di cui non ci si debba vergognare, che sia chiaro che chi sta col Pse è un avversario di classe e non un possibile alleato. La diretta facebook è disponibile sulla pagina dell’ex Opg che, nelle prossime ore, distribuirà un report certamente più preciso di queste prime note.
Checchino Antonini


sabato 18 novembre 2017

Camerino, 3 dicembre 2017 - 9 uomini maturi s'incontrano nella natura


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RIUNIONE DI UOMINI PER SPERIMENTARE IL MASCHILE MATURO

Ci sono forze all’interno dell’essere umano che possiamo definire come energia maschile e femminile. Queste forze, ci raccontano i saggi del passato, sono in continua relazione tra di loro e se possono fluire liberamente nella vita di una persona, allora vivremo una vita di consapevolezza, libertà dalla sofferenza, esprimendo il nostro massimo potenziale. Nella vita della maggior parte delle persone queste forze spesso sono intrappolate, compresse, non libere.  Ispirandoci a diverse culture del passato-presente di varie parti del mondo possiamo intervenire su queste forze all’interno di noi.

Per sperimentare il maschile sacro-maturo, in uomini che scelgono una vita in cui il proprio maschile è fonte di consapevolezza e polarità verso il proprio femminile o verso l’essere donna-femmina, gli uomini si riuniscono nella natura, in fratellanza, lontano dalla civiltà a praticare attività per la crescita-evoluzione.

Non stiamo parlando di sperimentare l’essere uomo macho, dominante, che entra in competizione, ovvero di un’energia che appartiene all’età adolescenziale di un uomo, ma di vivere come uomo maturo, come un uomo che si sente libero nelle relazioni sentendosi se stesso, che onora il femminile in lui e in chi lo circonda, che protegge i propri cari, che sperimenta l’essere come una montagna.

Per vivere questa opportunità, ci incontreremo il 3 Dicembre 2017 alle ore 8,30 am, e staremo insieme fino alle 17 circa nella natura a Calcina, Camerino, Mc. 

L’evento avverrà anche in caso di pioggia, quindi portarsi equipaggiamento per rimanere eventualmente sotto la pioggia. Faremo una piccola colazione ed un pranzo frugale quasi sicuramente all’aperto; ognuno si autogestisce, valutare la condivisione. 

Ben accetti 2-3 termos con tisana calda.

Partecipanti massimo 9.
Costi: il proprio impegno ad uscire dal confort personale.
Graditissima la conferma alcuni giorni prima
Stefano  349 62 82 338
Alessandro 328 45 36 061

Il navigatore vi porterà nella parte alta di Calcina ma, poco prima di arrivare seguite cartello giallo con scritta nera per “Eremo di Val Povera” 200 metri e in un orto si trova una casetta di legno dove ci incontriamo.


Per avere un’idea di questo percorso:
https://youtu.be/UUfyYrEQPc0      durata 71 min.

venerdì 17 novembre 2017

Sicilia. Musumeci vincente Berlusconi dolente - Il domatore delle destre ha perso la frusta


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È inutile tacerlo a noi stessi: l’elezione di Nello Musumeci alla Presidenza della Regione Siciliana ha sconvolto il panorama politico nazionale. A sinistra ha dato il colpo di grazia al Pifferaio dell’Arno; al centro (dove altro collocare i dilettanti grillini?) ha richiamato alla realtà il Ragazzino di Montecitorio; ma è a destra che l’elezione di Musumeci potrebbe provocare un vero e proprio terremoto.

Ad uscire con le ossa rotte dalle consultazioni siciliane, infatti, è stato innanzitutto il progetto politico del Cavaliere di Arcore, il piano con cui pensava di riscattarsi agli occhi dei padroni del mondo, di dimostrare che avevano sbagliato a scaricarlo nel 2011, quando lui era giunto anche a bombardare il suo amico Gheddafi per manifestare obbedienza alle esigenze atlantiche ed eurocratiche.

E quale sarebbe questo progetto? Semplice: dimostrare – naturalmente è soltanto la mia “opinione eretica” – che lui è l’uomo capace di addomesticare la destra, rinchiudendola in un recinto “moderato” e privandola di quella carica populista e sovranista che tanto impensierisce i poteri forti. In fondo – è sempre l’eretico a pensarlo – è il medesimo obiettivo del movimento 5 Stelle: impedire che lo scontento popolare possa incanalarsi nella direzione giusta, cioè a destra. Guarda caso, Di Maio sta ripetendo esattamente l’itinerario di Fini: prima a Londra, per fare la ruota nei salotti della City; adesso a Washington, a fare professione di ragionevolezza; a breve – ci scommetto – andrà a Tel Aviv, terza (o prima?) capitale di “quelli che contano”.

Ma torniamo a Berlusconi. Se ci fate caso, la sua strenua opposizione alla candidatura di Nello Musumeci in Sicilia è la copia conforme di una analoga manovra per impedire che Giorgia Meloni andasse al ballottaggio (e poi vincesse) alle elezioni romane dell’anno scorso. Stesso copione moderato, stesso tentativo di stoppare due candidature vincenti, stessa proposizione di candidati della “società civile” senza la minima speranza di successo (Marchini a Roma, Armao in Sicilia), stesso favore ai dilettanti grillini (la Raggi a Roma, Cancelleri in Sicilia), stessa testarda cupidigia di sconfitta per scongiurare il pericolo che il successo desse autorevolezza a personaggi in ascesa.

A Roma gli è andata bene, ma è andata male ai romani. In Sicilia gli è andata male, ma è andata bene ai siciliani. Cinque anni fa, ci andò peggio: una fetta di elettorato di centro-destra preferì misteriosamente Rosario Crocetta, e Nello Musumeci venne stoppato ad un passo dal traguardo.

Certo, qualcuno – non Berlusconi, mi auguro – avrebbe sperato oggi in un secondo miracolo, ma questa volta non era oggettivamente possibile che si registrasse la medesima congiunzione astrale di cinque anni fa.

Ma lasciamo stare l’oroscopo e torniamo alla politica. Il Cavaliere se le è giocate tutte per opporsi ad una candidatura che proprio non gli andava giù. A sostenerlo con le spade sguainate, il fido Micciché ed un Totò Cuffaro in grande spolvero. Musumeci non poteva vincere perché “troppo di destra”. Infatti – secondo la nota bugìa – “si vince al centro”.

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Questa volta, però, niente da fare: Musumeci viene candidato dal centro-destra a furor di popolo. E vince 40 a 35 (non proprio “un soffio” come si consola il Ragazzino di Montecitorio) sul deprimente concorrente grillino; nonostante la campagna furbastra contro gli “impresentabili” che traboccavano dalle liste dei “moderati”. E non – sia detto per inciso – dalle due liste di Musumeci.

Ed ecco, allora, il Cavaliere precipitarsi a cantare vittoria, a presentare il successo di Musumeci come “la vittoria dei moderati”, ben sapendo che non è affatto così. E ben sapendo che vittoria di Nello Musumeci in Sicilia dimostra esattamente il contrario: che vincono le idee chiare, nette, senza equivoci e senza condizionamenti inconfessabili.

Adesso c’è attesa per quel che succederà in Regione. Sono in molti a scommettere che certi vecchi arnesi “moderati” faranno di tutto per legare le mani al Governatore. Altri scommettono sulla loro intelligenza, e pensano che non correranno il rischio di rompersi i denti sull’osso sbagliato. Per conferma, potranno chiedere lumi ad altri “moderati” che quell’osso hanno tentato di azzannare durante i 10 anni di Musumeci alla Presidenza della Provincia di Catania. Provare per credere.


Il Cavaliere, intanto, è sempre più nervoso. Musumeci ha dichiarato di non volersi ricandidare fra cinque anni. E Berlusconi, che in quella data avrà appena compiuto i suoi primi 86 anni, si interroga sul suo futuro. Teme che – come in molti si augurano – dopo un proficuo quinquennio siciliano il Governatore possa spiccare il volo verso vette più alte. E l’uomo di Arcore, sicuramente, non ha intenzione di ritirarsi così presto.

Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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giovedì 16 novembre 2017

....ed i gesuiti lo giurano così....


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Il papa nero

Ricordo che a New York ha la sua residenza il Generale dei gesuiti, che ha giurato come segue, lo rispetta e lo fa rispettare.

Tratto da "Il giuramento dei Gesuiti"

"Ti è stato insegnato a piantare insidiosamente il seme della gelosia e dell’odio fra le comunità, le province e gli stati che erano in pace ed a spingerli nel sangue, a coinvolgersi in guerre l’uno contro l’altro, a creare rivoluzioni e guerre civili in paesi che erano indipendenti e prosperi, che coltivavano l’arte della scienza e godevano della benedizione della pace. E a prendere posizione con i combattenti e per agire segretamente insieme al tuo fratello Gesuita, che potrebbe essere impegnato dall’altra parte, e ad essere apertamente in opposizione a ciò con cui tu sei connesso, in modo che infine la Chiesa ne tragga vantaggio, alle condizioni fissate nei trattati di pace, e che il fine giustifica i mezzi.
Ti è stato insegnato il tuo dovere come spia, per raccogliere tutti i fatti, le statistiche ed i dati in tuo potere da ogni fonte; ad ingraziarti la fiducia dei circoli familiari dei Protestanti e
degli eretici di ogni classe e carattere, così come quella di commercianti, banchieri, avvocati, nelle scuole e nelle università, nei parlamenti e nelle legislature, tra giudici e consigli di stato, e ad essere “ogni cosa per ogni uomo” per il bene del Papa, di cui siamo servitori fino alla morte.


E quanto scritto sopra viene attuato, appunto, sia in Occidente che in Oriente, che sembrano contrapposti (e alla luce delle persone comuni lo sono), ma dietro di loro c'è un unico artefice. Diceva Goebbels, lo stratega della comunicazione nazista (anch'egli imbevuto di gesuitismo):
"Più la dici grossa e più la ripeti, una bugia, più la gente ci crederà, perché intrinsecamente desidera il bene e non può accettare che esista una persona così malvagia da commettere quello che è stato commesso.".  Per cui tenderà a rimuovere dal conscio le atrocità già commesse o a non credere che saranno commesse se ancora non lo sono state.

(Marco Bracci)

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mercoledì 15 novembre 2017

“O la Troika o la vita” - Presentazione e trailer del docufilm di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini


 
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O LA TROIKA O LA VITA- Epicentro Sud
“Non si uccidono così anche i paesi?”

Il film è un atto d’accusa, del tutto fuori dal coro, nei confronti di chi ha stabilito il destino funesto dei paesi del Sud del mondo, compresi quelli del Sud Europa. Illustra gli effetti sull’area mediterranea, mediorientale e africana, della globalizzazione neoliberista, con le sue conseguenze antidemocratiche, imposta dai superpoteri del finanzcapitalismo attraverso espressioni statuali e transnazionali: Usa, UE, Nato, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea.
 
La Grecia devastata e mutilata nel corpo e nell’anima, Medioriente e Africa aggrediti e saccheggiati con strumenti militari ed economici. Paesi depredati, ridotti in miseria da rapine e manipolazioni delle multinazionali, da accordi di scambio capestro, dai crimini climatici dell’Occidente, da terrorismi e conflitti civili innescati dal neocolonialismo allo scopo di annullarne la voce e il ruolo nel contesto internazionale. Intere popolazioni, soprattutto le generazioni giovani che dovrebbero costruirne il futuro, sradicate e costrette alla migrazione per diventare nel Sud Europa alienata massa di manovra per sfruttamento e destabilizzazioni. Operazione di ingegneria geopolitica colonialista, coperta da altisonanti campagne di mistificazione nel segno di presunti diritti umani, presunta solidarietà,  presunta integrazione, ma che occultano gli obiettivi veri: un
 
a successione di nazionicidi.
 
Il t
 
erritorio nazionale abbandonato da governi inetti e corrotti a un dissesto progressivo, con conseguenze micidiali per salute e ambiente, sul quale imperversano, nella complicità di una politica totalmente prona alle lobby degli interessi particolari, nazionali e internazionali, le multinazionali dell’energia fossile, con sempre più pesanti ed accelerati effetti necrogeni su tutte le forme di vita.
 
Di ogni disastro detto naturale si scopre inesorabilmente la correità dei responsabili della cosa pubblica. Ogni terremoto è come se fosse il primo mai successo. Prevenzione ignorata, speculazione edilizia, abusiva o legale, lasciata all’arbitrio dei poteri economici, abbandono, incompetenza, disgregazione sociale, 
segnano il destino dei terremotati. 
 
Contro l’Idra pluricefala che si nutre e prospera in proporzione alle vittime che riesce a seminare, il documentario scopre con
 
sapevolezze, solidarietà vere, resistenze. Il confronto tra dominanti e dominati è aperto a qualsiasi esito. Dipende dalla conoscenza. Questo lavoro cerca di far emergere, dal mare di fake news in cui vorrebbero annegarci, elementi di conoscenza perché i dominati possano servirsene.

“O la Troika o la vita” (90’) è stato girato nei mesi scorsi in Grecia, Puglia, Adriatico, territori terremotati e Bassa Padana.  Per presentazioni pubbliche rivolgersi allo stesso indirizzo email: 
fulvio.grimaldi@gmail.com

Trailer del docufilm di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini:

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martedì 14 novembre 2017

Sinistra rosso sangue - Pisa-pia …epportaccasa!


Mai sinistra fu più “sinistra”!  "il biotestamento nostro obiettivo" - Pisa-pia …epportaccasa!

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Il progresso dei progressisti non ha ormai più freni inibitori. E si esprime così non solo su La Repubblica, indiscussa casa dell’intellighenzia più progredita di origini scalfariane, ma addirittura su Vanity fair, salotto di lusso della più raffinata mondanità cartacea del Paese, ove la domanda imperiosa del leader lombardo (in malcelate, inquietanti sembianze transilvane) si è levata inequivoca (malgrado la sostituzione al femminile, per probabile lapsus freudiano, della vocale finale dell’ultima parola): “facciamo qualcosa di sinistra?”.

Secondo i nuovi necrofori 2.0 della politica il “biotestamento” (notoriamente priorità assoluta, per la quale gli italiani invocano, da anni, adeguato inquadramento normativo) è esplicitamente ritenuto “indispensabile” e, dunque, “la morte - anch’essa strumentalizzabile per fini elettorali - non è più il grande mistero, ma una pratica da affidare ad “esperti” operatori specializzati in materia!”.

Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere e, soprattutto di che preoccuparsi seriamente! Il fatto è che, oggi, “il mondo sta correndo verso la rovina perché ha rifiutato Dio e perché l’uomo ha posto se stesso al centro dell’universo” …..“La civilizzazione postmoderna, che viaggia imperterrita verso il nulla, indifferente alla trascendenza ed all’attribuzione di un senso qualsiasi alla vita dell’essere umano, ha pressoché abolito non solo il culto, ma il rispetto minimo per la morte”……e la gente comune, non avendo più modo di conoscere la realtà di quello che gli sta succedendo attorno, è inconsapevolmente trascinata in una sempre più evidente e tragica deriva nichilista dei diritti umani”. (*)

E’ ben per questo che siamo arrivati a Pisapicula!

Adriano Colafrancesco
www.adriacola.altervista.com


Se non ti basta, o non ci credi, leggi qui

(*) Spunti (e libero adattamento) da Il contrordine di Blondet & Friends

domenica 12 novembre 2017

Ostia (o Roma), la colpa è sempre della Raggi? - Lotta alla mafia... la sindaca non è rimasta sola...


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Rinnovando con tenace cadenza quotidiana l’ormai storica denigrazione del M5S, non passa giorno che i mezzi di informazione non si producano in tentativi, spesso patetici, per screditare la Raggi e la sua giunta. Pochi giorni fa il tg3 regionale dell’ora di pranzo, spesso distratto su gravi vicende capitoline, come atti di vandalismo consumati a danno delle amministrazioni municipali, deliziava i nostri corregionali con le scandalizzate lamentele, sul degrado di Roma, di una sempre più avvenente Sandra Milo, appena uscita dal gommista per la pressurizzazione delle guance.

L'11 e il 12  novembre 2017 però, non meno volgari delle “testate fisiche“ di Roberto Spada, a rinnovare la loro storica denigrazione della sindaca di Roma sono  le “testate giornalistiche” di Repubblica e Messaggero

che, sulla manifestazione di Ostia promossa da Virginia Raggi, senza vergognarsene scrivono testualmente: “Sbanda la marcia dei politici. Il rischio flop è dietro l’angolo. I residenti di Ostia non sembrano interessati”, “Marcia a rischio flop. Il gelo dei cittadini”. ”Rischia di restare sola, la sindaca Raggi” 

Adriano Colafrancesco