Questo blog nasce per l’esigenza di restituire identità al luogo ed a noi stessi.

Negli anni passati avevo coniato il motto “Una, cento, mille Calcata..” per significare come l’esperimento in corso nel vetusto borgo potesse essere esemplificativo di un nuovo modo di rapportarsi con la natura e con se stessi. Non è certo Calcata, in quanto comunità o località, che va riprodotta ma un modo di percepire la presenza umana nel luogo. Una presenza inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e simbiotica.

Infatti - come disse Nisargadatta Maharaj - noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati.

Molto spesso però ho notato che l’uomo tende a dare maggiore importanza al contesto sociale in cui egli vive. E’ nella società umana, con le sue esigenze e movimenti, che si fa la storia e si sancisce la caratteristica di un posto, molto spesso dimenticando l’appartenenza al tutto, ignorando l’inscindibile co-presenza della natura e degli animali. Per tentare di riscoprire le nostre radici naturali, continuando a prendere ad esempio un cero modo di vivere il luogo e nel luogo, ho pensato di affidare le mie riflessioni a questo blog. In esso si parla di Calcata ma anche di tutto il mondo, ma potremmo dire che è un'altra Calcata ed un altro mondo.

Programmi, storie, descrizioni dell’ambiente (sia naturale che umano), poesie, riflessioni… è ciò che troverete in questo blog. Non sarà quindi un sito di servizi, per promuovere il turismo o la speculazione commerciale, ma un luogo di incontro e fusione delle anime.


mercoledì 26 novembre 2014

Tempo di "matteoranza" della democrazia



E’ drammatico dirlo ma è proprio così: noi siamo un paese a sovranità limitata (per usare un eufemismo). E’ l’unica spiegazione possibile per interpretare e dare un senso alla sua lucida ricostruzione politica dei nostri ultimi decenni.  A leggere bene poi quello che sta accadendo nei tempi più recenti, la tentazione di rifugiarsi  a coltivare fiori e insalata nel proprio giardino (per chi se lo può permettere, ovviamente), per non vedere un quadro politico tanto desolante, è assai grande.

A destra, dinanzi all’evidenza dell’impresentabilità del leader - in quarantena giudiziaria, nell’attesa della taumaturgica resurrezione politica a cura del suo figlioccio-avversario - il “grande fratello” che domina occulto sulle nostre teste, ha messo in piedi una paraculissima operazione di scompattamento delle file per creare bacini di raccolta dei voti in fuga: gli Alfaniani, i Fratelli d’italia, i Passeriani e la stessa lega di Salvini (proposto  nelle ultime ore dal Caimano comecentrattacco di una squadra in cui lui si riserva di stare, col numero 10, in cabina di regia….preoccupandosi di pilotare la scelta del nuovo Presidente della Repubblica, se non, addirittura, diventarlo !). Tutto con l’evidente disponibilità a ricompattare le righe alla bisogna, ad un semplice fischio da Arcore, con fidejussioni bancarie incorporate (come fu proprio per la Sega Nord qualche anno fa), ove necessario! Tenerissimo il perdono di Alfano, nelle ultime ore, la cui mancanza di pudore, per una volgare strumentalizzazione blasfema del Vangelo, è mascherata da cronache di tanto patetica quanto vomitevole e impudica tivvù!

A sinistra molto simile la diaspora ma con aggravanti tragicomiche di un partito che oscilla tra il demenziale e il delinquenziale, proponendo fotocopie di quello del caimano, spacciate per il nuovo che avanza: la Picierno al posto della De Girolamo, la Bonafè al posto della Santanchè, Moretti-Carfagna, Boschi-Gelmini, e così via, solo per fare alcuni esempi…..per non parlare, per “parità di genere”, del duo Speranza-Capezzone, massimo dello sballo masochista di un carrozzone allo sbando, per il quale grida vendetta dall’oltretomba il padre della direttrice del TG3, impegnatissima a ricordare agli italiani che il conflitto di interessi non ha affondato le  radici solo in Brianza.

Poi c’è Beppe Grillo. Da molti plaudito e sostenuto (da chi scrive, in prima fila), financo ingoiando l’incomprensibile rinuncia a calciare, quando gliene è stata data l’opportunità, un rigore a porta vuota. Parliamo di un mancato “governo di scopo” con Bersani, che avrebbe potuto davvero mettere a nudo il re! Oggi, ancorché convinti della buona fede e della genuinità di tanti del M5S, non si può non essere tentati da letture dietrologiche, che fanno sospettare nel movimento – tanto incomprensibile è a tratti il suo autolesionismo - la copertura di un astutissimo escamotage per catalizzare il dissenso e metterlo in frigo perché, saziando apparentemente la sete di verità e giustizia diffusa, non disturbi più di tanto le manovre dei “poteri occulti”!

Tant’è! Questo lo scenario se ci guardiamo attorno. E non si intravvede l’uscita dal tunnel. C’è la speranza nell’energico tono metalmeccanico di Maurizio Landini, ma è lui stesso a decandidarsi da auspicabili incarichi di guida politica. Ci sono figure onorabili e credibili ma fuori dai giochi perché additate come “gufi” da un finto boy scout di arrogante, bugiarda e stucchevole doppiezza

C’è l’Europa che, non si sa bene che cosa, ma “ce lo chiede” lo stesso! in mezzo a road map e jobs act per allodole, ci sono le tutele cosiddette “crescenti”, mentre quello che cresce, in realtà, sono solo i morsi di una crisi ogni giorno più pesante, insieme alle delocalizzazioni, alle esportazioni illecite di capitali e alle importazioni mal governate dei migranti, alle grandi opere utili solo per chi le fa e ai trattati internazionali occulti, funzionali a un governo del mondo, sempre di più, da parte di una finanza d’oltreoceano, determinata e pronta a sostenere missioni  militari umanitarie per portare la democrazia nei paesi più ricchi di giacimenti e materie prime, per difenderli - questa la vera ragione! - da odiosi rigurgiti fondamentalisti e talebani! Tempi di crisi ma, soprattutto, a livello mondiale, per capirci,  tempi di crISIS! a livello locale, tempi di mattanza….pardon…, di matteoranza della democrazia

Adriano Colafrancesco  - adrianocolafrancesco50@gmail.com


TTIP, lo spettro ammazza tutti



Uno spettro si aggira fra Europa e Stati Uniti. È lo spettro del Ttip, il trattato transatlantico del quale sono stati avviati i negoziati nei primi mesi del 2013 appunto fra le due super-potenze. Di esso si sa solo che dovrà favorire il libero scambio ancor più di oggi fra i paesi che lo firmano e che le sanzioni saranno durissime per chi non lo rispetterà.

Quello che appare chiaro è innanzitutto che si vuole dare più potere alle imprese e quando si parla di imprese non si parla certo del falegname sotto casa, ma delle multinazionali. In particolare statunitensi. In che modo? Rimuovendo ciò che resta dei dazi doganali, ma anche superando le cosiddette “barriere non tariffarie“, cioè regolamenti e normative divergenti tra le due sponde dell’Atlantico. Già è significativo che regolamenti e normative siano considerati “barriere non tariffarie”.

Si tratta in poche parole di creare una enorme “free zone” di libero commercio di merci e servizi, in cui non varrebbero più i limiti imposti dalle normative vigenti nei singoli Stati, in molti casi frutto di conquiste ottenute dalle battaglie in difesa di standard sociali, lavorativi ed ambientali.

E quali sarebbero i campi toccati dalla armonizzazione frutto della furia liberalizzatrice? Sicurezza e sanità, servizi pubblici, agricoltura, proprietà intellettuale, energia e materie prime. Ovviamente, come detto, la liberalizzazione sarebbe al rialzo, a favore dei giganti Usa, di cui Obama (come prima Bush) è ottimo portavoce.

E dire che anche nel campo strettamente economico diffidare dei grandi trattati stipulati con gli yankees è quanto meno doveroso. Vediamo cosa ha procurato il  Nafta: l’accordo per il libero scambio stipulato tra Usa, Canada e Messico nel 1992, la cui impostazione si avvicina a quella studiata per il Ttip, non gode di grande popolarità, avendo in vent’anni provocato diversi squilibri per i Paesi coinvolti, tra maggiore concentrazione della ricchezza e riduzione degli stipendi per i lavoratori fino al 20% in alcuni settori. 

Quello che appare chiaro è che trattati di questo genere vanno nella direzione esattamente opposta a quella che il movimento ambientalista richiede, e cioè tutela del territorio, tutela delle varietà locali in agricoltura, bioregione, chilometri zero, risparmio energetico.

Ovviamente a noi cittadini italiani il trattato lo spacciano come una grande rivoluzione che permetterà alle Pmi italiane di aprire sedi negli Usa in un giorno. Ci trattano come se fossimo degli imbecilli. Le imprese italiane chiudono sempre più di frequente e, se possono, delocalizzano. Anche “senza” il Ttip, come insegna Fiat,…. figuriamoci “con”!

Da qualche mese la Rai promuove l’accordo commerciale di libero scambio con gli Stati Uniti, pensato per allargare il Mercato Unico Europeo  oltre l’Atlantico, che creerebbe una sorta di Nato del commercio sotto l’egida degli Stati Uniti.

Lo spot della Rai spinge per il TTIP, ne magnifica la portata,  e per il bene dell’Italia si adopera affinché venga realizzato. Ma l’accordo non è noto ai comuni mortali, lo stanno portando avanti le commissioni europee  nel segreto delle stanze dei bottoni e , una volta concluso, il Parlamento Europeo si troverà nella condizione di accettarlo o respingerlo senza poter mettervi mano.  La réclame della tv pubblica è scorretta e prende in giro i cittadini italiani. Infatti la Rai descrivendo come un’opportunità un trattato che non è stato ancora ratificato e  di cui non se ne conoscono, con certezza, i contenuti non assolve al suo compito di servizio pubblico. Tra l’altro nel carosello pro TTIP i cittadini vengono degradati al ruolo di consumatori. Come si evince i vertici della Rai ci considerano al contempo  delle mucche da cui mungere i soldi attraverso l’abbonamento  e dei maiali da ingrassare con le schifezze reperibili oltre l’Atlantico.
Il TTIP è un tema cardine nella costruzione della nuova Europa  e il popolo  italiano doveva essere messo nelle condizioni di poter esprimere la propria opinione con il voto. Invece i padroni del servizio pubblico e i partiti politici hanno pensato di parlare di altro per lasciare il tutto nelle mani dei soliti burocrati comandati dalle lobby delle multinazionali.

Le notizie che trapelano sul TTIP confermano che l’impianto dell’accordo prevede l’eliminazione degli strumenti di controllo e di protezione in ambito ambientale, sanitario e sociale. Così al grido: “profitto ad ogni costo”, anche il mercato europeo verrà invaso ulteriormente da una serie di prodotti contrari alla salute umana. Se un tale accordo venisse alla luce il fracking, gli OGM e gli psicofarmaci per i bambini troverebbero una via preferenziale per essere trasfusi dagli USA direttamente in Europa.

Il nuovo ordine mondiale non gradisce nessuna interferenza contraria alla possibilità di fare affari. Ci vuole segregare in una bieca condizione di consumatori in preda ad impulsi compulsivi di acquisto indiscriminato ed inconsapevole. Inoltre lo strapotere delle multinazionali verrebbe preservato da un organo giuridico internazionale, impedendo, di fatto, agli stati sovrani di tutelare i loro cittadini di fronte agli interessi delle corporation.

Complottismo di maniera? No, è una realtà dietro l’angolo. Chissà come mai un mese fa il Parlamento Europeo ha deliberato che gli stati membri possono decidere autonomamente sulle coltivazioni Ogm. Con la ratifica del TTIP diventerà sempre più difficile fermare  la Monsanto di turno, infatti neanche uno stato sovrano, senza chiedere il parere di un giudice internazionale, potrebbe impedire l’attività dannosa di una multinazionale operante nei suoi confini.  Non ci vogliono far decidere in casa nostra. Vi sembra possibile che un popolo non possa autodeterminarsi neanche nel cibo, nelle medicine e nella salvaguardia del territorio?

Visti i foschi scenari in cui vogliono condurci non rimane che spegnere il cattivo servizio pubblico  e accendere la discriminazione. No ai trattati che vogliono renderci simili a polli in batteria.

(tratto da un articolo di Fabio Balocco – ambientalista e avvocato)



martedì 25 novembre 2014

Nondum Matura - La democrazia è matura... anzi è marcia....



Esopo, Fedro….. la saggezza  dei narratori antichi! Spacciandole e contrabbandandole per fiabe per bimbi, si erano trasformati in macchine fotografiche viventi e scriventi, tramandandoci, attraverso i racconti, verità e saggezza al di là del tempo e della cultura. Forse, anzi, di sicuro, ha ragione Massimo Fini, (quello serio, lo scrittore) che afferma che dopo i Greci, ad esempio, in filosofia si è fatta solo confusione. Iperbole, ma nel pensiero antico vi era già tutto. In egual misura le polluzioni, le miserie, le grandezze dell’animo umano vengono da secoli racchiuse nelle fiabe, nei racconti. In quelli classici, greci e soprattutto latini. 

Ma anche nelle gotiche fiabe germaniche, così piene di “furor germanicus”, che ritroviamo sia nei campi di battaglia, sia nella musica sinfonica di Wagner, di  van Beethoven, oppure nelle struggenti fiabe scandinave, ed ancora nelle sanguigne fiabe spagnole e russe, che tanto si assomigliano, piene di rosso di nero, di giallo-oro e di bianco abbacinante; ed anche nella delicata e soffusa ferocia delle fiabe giapponesi, o nel languore sensuale di quelle arabe delle “mille ed una notte”…. 

Fiabe, racconti…

Oggi mi è tornata alla memoria la fiaba della volpe e dell’uva. Non riuscendo a saltare quanto sufficiente per addentare il grappolo, la volpe, coda fra le gambe, se ne va, dichiarando a se stessa, a consolazione, un clamoroso giudizio organolettico mistificatorio: “..tanto non è ancora matura…”. Cioè una solennissima balla.

Tale mi è sembrata la pseudo soddisfazione dei politichetti nostrani all’indomani delle elezioni di ieri. Al solito, chi ha vinto, si pavoneggia: rubacchia qualche penna dalla coda dei pavoni della storia, se le agghinda, credendo di diventare da cornacchia che era, un regale pavone. Sempre corvaccio restando, però.

Chi ha perso imputa agli elettori restati a casa la colpa della sconfitta: “non hanno capito il nostro messaggio”. Come sempre in Italia la colpa è degli altri.

Due regioni: Emilia Romagna e Calabria. Nella prima aveva sempre regnato la “pax trinariciuta”: manco il fido in banca ti prendevi se non iscritto al partito. In Calabria regnava la “pax clientelare e della ‘ndrangheta”, tradimento del Popolo. Nella prima ha votato il 37,07% degli aventi diritto, nella seconda un poco di più: il 40,4%.

Dire che i partiti sono finiti, dire che questo sistema è crollato, imploso, dire che la divisione fra ricchi e poveracci ha trasformato il fossato sociale in un baratro invalicabile fra Popolo e classe dominante, celebrare il funerale della democrazia, larva putrefatta che striscia nella Storia, lasciando liquame marcio di sé, in attesa di un calcio che la mandi fra i rottami del passato…. Dire queste cose che vado conclamando (non solo io, anzi sempre di più, in crescita esponenziale) diventa noioso ed inutile.

Se la casta fosse formata da uomini cui è rimasto anche solo il 10% di dignità, andrebbe davanti al Popolo e annuncerebbe elezioni per una Nuova Costituente, che rinnovi il PATTO FRA ITALIANI.  E’, ma purtroppo dico che sarebbe, l’unico atto di amore verso la propria Gente. Poi che ognuno la pensi come crede. Ma questo sistema non ha più la forza di respirare: accanimento terapeutico e arraffante.

L’alternativa è la rivolta. Che si sa come comincia ma nessuno è in grado di dire come finisce. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”? Non credo abbiano neppure la grandezza del gigante capelluto dell’antico testamento. Si trascinano tra uno scandalo e l’altro, fra un disastro e l’altro, fra un arresto e l’altro. 

Come nel film “i Magnifici Sette”, quando Steeve McQueen racconta al bandito Calvera la storia di quello che cadeva dal decimo piano, ed ad ogni piano diceva a se stesso “Per ora va bene, per ora va bene…”. Siamo arrivati all’altezza del secondo piano.

Ma tanto, l’uva non è ancora matura….


Fabrizio Belloni

lunedì 24 novembre 2014

ONU - Il nazismo piace... soprattutto agli USA, Canada ed Ucraina!



Sostiene Riccardo che "la notizia che riporto di seguito è passata sotto il silenzio generale della stampa, per quanto mi risulta."

 Nei Paesi che nella classifica mondiale della "libertà di stampa" rientrano nei Paesi "liberi" o "parzialmente liberi" (Italia), quel silenzio generale può/deve definirsi "autocensura". Per noi, persone legate alla "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", è CENSURA, molto più pericolosa di quella "imposta dai governanti" perché - come avviene in Italia - viene sovvenzionata dallo Stato, cioè da tutti noi contribuenti "tassati alla fonte" (lavoratori dipendenti e pensionati).


Ho completato la importante informazione allegando la lista (da me compilata) degli Stati che non hanno partecipato al voto.


Vito De Russis
 




La notizia che riporto di seguito é passata sotto il silenzio generale della stampa, per quanto mi risulta.                               I pochi blog che ne fanno menzione non contengono i riferimenti ai documenti originali.
Ritengo che la notizia meriti ampia diffusione insieme ai documenti originali che ho reperito e che allego per  dare evidenza ai principi oggetto della votazione con le loro forti e dense implicazioni globali.

ciao
Riccardo

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Venerdì 21 Novembre l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato la mozione “Lotta contro l’apoteosi del nazismo, neonazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, di xenofobia e dell’intolleranza correlata”.

Votanti a favore: 115

Astenuti : 55

Contrari:  3

 

Tra gli astenuti tutti i Paesi della UE, Italia compresa ovviamente.

I tre membri che hanno votato contro sono: Stati Uniti, Canada, Ucraina.

 



Non hanno votato

barbados

dominica

gabon

guinea-bissau

iran (islamic republic of)

liberia

malawi

marshall islands

micronesia (federated states of)

namibia

nauru

sao tome and principe

solomon islands

somalia

sudan

swaziland

togo

tonga

vanuatu

zambia


 

sabato 22 novembre 2014

Appello alla Regione Lazio per rivedere la questione della mobilità pontina



Appello a Zingaretti (Regione Lazio) per sospendere la gara e ritirare il bando delle inutili autostrade a pedaggio A12-Roma-Latina e della bretella Cisterna-Valmontone.

Il 4 Novembre 2014 è stata trasmessa la censura dell'Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) alla Società Autostrade del Lazio, conseguente all'esposto presentato dall'ANCE-ACER Lazio, nella quale si attesta che si stanno violando fondamentali interessi pubblici a favore di ristretti interessi privati. In particolare, che la Gara così come è stata condotta, viola l'art.1 comma 1 e contravviene ai dettami dell'art. 1 comma 1 ter del Codice dei contratti pubblici.


Il punto di non ritorno è ora la data fissata per la scadenza della gara di appalto, cioè il 10 dicembre prossimo. Dopo questa data, le istituzioni pubbliche trasferiranno enormi capitali e delegheranno decisioni fondamentali per lo sviluppo del territorio nella mani di forti poteri privati.


Ricordiamo che il Presidente di ANCE-ACER Lazio, Petrucci, nella conferenza stampa tenuta al Residence Ripetta proponeva: “di utilizzare i 468 milioni messi a disposizione per l'autostrada Roma-Latina per un nuovo progetto di messa in sicurezza e miglioramento dell'attuale tracciato” e ancora “una proposta concreta a favore dell'occupazione e dei cittadini che potranno utilizzare in tempi rapidi un'opera più sicura e senza ulteriori esborsi (senza il pedaggio).

Chiediamo, in primis, al Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, che è una delle massime autorità decisionali, di adoperarsi per annullare questa scadenza e di rivedere l'intera questione della mobilità pontina.

Riaffermiamo che le proposte utili e di buonsenso risiedono nell'adeguamento in sicurezza di tutta la Via Pontina che salvera decine di vite umane e nella costruzione della metropolitana leggera Roma-Pomezia-Ardea che ridurrà drasticamente il numero della auto private, facendo fluidificare il traffico ed eliminando le interminabili file quotidiane.

In caso contrario, oltre alle evidenti responsabilità giuridiche, sarà chiaro che per i nostri governanti non esiste alcuna etica pubblica, ma solo interessi personali.
* In allegato il documento dell'ANAC.

Comitato NO Corridoio Roma-Latina per la Metropolitana Leggera
Il blog: http://quartiereroma12.blogspot.com - e.mail: nocorridoio@tiscali.it
Portavoce Gualtiero Alunni - cell. 3332152909 - Facebook: Comitato No Corridoio - Twitter: NoCorridoio

Comitato NO Bretella Cisterna-Valmontone

Portavoce: Corrado Bisini - Cell. 3283864047
Facebook: Comitato No alla bretella Cisterna-Valmontone

venerdì 21 novembre 2014

Jobs Act - La flessibilità del lavoro e la crescita non sono correlati


STUDI ACCADEMICI ED EVIDENZE EMPIRICHE DIMOSTRANO CHE NON C’È CORRELAZIONE POSITIVA TRA FLESSIBILIZZAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO E CRESCITA OCCUPAZIONALE

Già Berlusconi fece votare in Parlamento che Ruby era la nipote di Mubarak, ora Renzi ci riprova con la frottola che il lavoro precario crea occupazione.
Quello che i fautori della riforma si aspettano, in realtà, è una deflazione salariale, ritenendo erroneamente che con essa si possa migliorare la competitività di prezzo dei prodotti italiani e controllare gli sbilanci delle partite correnti tra Stati.Anche se il riequilibrio in termini di competitività andrebbe stabilito a spese di chi ha beneficiato maggiormente in questi anni degli squilibri dei flussi commerciali, ovvero Germania e Olanda che registrano un surplus, rispettivamente del 7.5% e del 10.5% del PIL, ben al di sopra del “tetto massimo” del 6% del Pil stabilito dalla commissione europea. E per quanto riguarda la competitività invece, infiniti studi hanno ormai dimostrano che la riduzione della produttività del lavoro in Italia è da ricercarsi da un lato nella bassa accumulazione di capitale (innovazione), e dall’altro, soprattutto, nella bassa crescita della domanda e quindi della produzione, il cui andamento è legato alla produttività. Tradotto in parole povere, in Italia il problema della produttività non è legato al costo del lavoro, ma da una parte a scarsa innovazione tecnologica ed organizzativa, scarsa istruzione e formazione, e dall’altra all’insufficiente sostegno alla domanda. Per questo, anche ammesso per assurdo che il Jobs act generi occupazione, accadrebbe che la produttività continuerebbe a scendere ugualmente, dal momento che la produttività globale e la produzione continuano a ristagnare. (tradotto in parole semplici: con un PIL invariato ed un aumento degli occupati il risultato sarebbe una minore produttività).
Perciò il governo Renzi è fuori strada nel risolvere i problemi.


I CONTRATTI FLESSIBILI NON AUMENTANO L’OCCUPAZIONE

> uno studio qui degli economisti prof. Riccardo Realfonzo (Univ. del Sannio) e prof. Guido Tortorella Esposito (Univ. del Sannio) smentisce l’idea che il tempo determinato rappresenti una condizione cui segue una successiva stabilizzazione: fra i neo-entrati in attività con un contratto a termine nel quinquennio precedente la crisi, poco meno del 50 per cento riusciva poi a ottenere un contratto a tempo indeterminato e circa un quarto di chi a inizio carriera passava dal tempo determinato all’indeterminato tornava poi in uno stato contrattuale peggiore nel giro di un biennio. Ad esempio l’assunto come apprendista “pre-riforma Fornero” spesso riusciva ad avere un contratto a tempo indeterminato dopo il periodo di apprendistato, ma poi perdeva questo contratto dopo pochi anni, facendo anche sorgere il dubbio che l’apprendistato venisse usato al solo scopo di risparmiare sui costi. I dati poi affermano che il tasso di disoccupazione aumenta in relazione alla crescita della flessibilità. Considerando il sottoindicatore dell'indice Epl, cioè l'Ept, che riguarda la protezione del solo lavoro a termine (VEDI TABELLA 1 QUI) tanto più aumenta il ricorso al lavoro a termine tanto più si abbassa l’indicatore EPT, negando clamorosamente la tesi neoliberista che l'occupazione aumenti in relazione alla flessibilità.

Tabella 1: EPT nell’eurozona 1990-2013 (fonte: OCSE)


Tra il 2013 e il 1990 nei singoli paesi europei, l’EPT sull’asse orizzontale (FIGURA 1 FONTE OCSE) si riduce per l’aumentare della flessibilità nel lavoro a termine, e contemporaneamente la disoccupazione nell’Eurozona sull’asse verticale tende generalmente ad aumentare. E nei Paesi Gipsi (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda), dove più c’è stata deregolamentazione, di più è aumentata la disoccupazione, mentre  chi ha aumentato la protezione del lavoro (Francia, Irlanda e Finlandia) ha registrato meno disoccupazione.

Figura 1: EPT e disoccupazione 1990-2013 (fonte: dati OCSE ed Eurostat). R-quadro: 0,15




Esiste relazione tra ricorso al lavoro a termine e occupazione anche nel periodo pre-crisi (1990-2007).(FIGURA 2 FONTE OCSE)


Figura 2: EPT e disoccupazione 1990-2007 (fonte dati OCSE ed Eurostat). R-quadro: 0,001




In Italia la liberalizzazione del lavoro a termine (Pacchetto Treu, decreto legislativo 368 del 2001,  legge 30 Biagi e legge Fornero), ha comportato il più che dimezzamento dell’indicatore di protezione del lavoro Epl rispetto al valore del 1990, e nonostante ciò oggi il tasso di disoccupazione è del 4% più elevato. allora perché continuare a intestardirsi su misure che appaiono inefficaci? Lo scopo inconfessabile da parte del governo Renzi è quello di causare un incremento della disoccupazione. La curva di Phillips infatti, stabilisce che la crescita dei salari è in relazione inversa rispetto al tasso di disoccupazione. Innalzando il tasso di disoccupazione, il governo Renzi si attende nient’altro che la riduzione della crescita salariale per recuperare competitività. Sbagliando, come abbiamo spiegato nell’introduzione.

> In passato, la stessa OCSE ha a più riprese negato l’esistenza di una correlazione tra la flessibilità complessiva del mercato del lavoro (misurata dall’EPL) e l’occupazione v. ad esempio Employment Outlook OCSE 2004
> Anche l’attuale capo economista del FMI, Olivier Blanchard, in uno studio del 2006 sostenne che “le differenze in regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari Paesi”. cfr. O. Blanchard, “European Unemployment: the Evolution of Facts and Ideas”, Economic Policy, 2006.

> Questi risultati sono stati recentemente confermati anche dai Prof. E. Brancaccio (Univ. del Sannio), “Anti-Blanchard”. (Franco Angeli, Milano, 2012) e A. Stirati (Univ. Roma Tre, “La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni”  e dai Prof. P. Leon (Univ. Roma Tre) e R. Realfonzo (Univ. del Sannio) in L’economia della precarietà, 2008: Speziale V., “La riforma del licenziamento individuale tra diritto ed economia”;  e Zoppoli L., “Flex/insecurity. La riforma Fornero” (giugno 2012, n. 92)
Il jobs act ha introdotto nuove forme di contratti flessibili, ma da febbraio a luglio 2014, il lievissimo incremento non è dipeso affatto, come ha dimostrato il prof. Tito Boeri (Univ. Bocconi), dal decreto Poletti e quegli occupati in più sono tutti precari, mentre i contratti stabili continuano a calare, una sostituzione, confermata dai dati sulle comunicazioni obbligatorie che le aziende fanno. Da febbraio a maggio l’occupazione è aumentata esclusivamente a causa del miglioramento della produzione industriale nei primi mesi dell’anno. Da maggio a luglio, invece, si nota solo un incremento modesto: la curva è praticamente piatta.
> il Fondo Monetario Internazionale, in un suo documento qui, corredato di dati inequivocabili, ha affermato che le riforme strutturali sono inefficaci nel rilanciare la domanda e quindi depressive, e che i guadagni di produttività ottenuti con le suddette “riforme strutturali” rischiano solo di produrre aumenti di disoccupazione.
esistono numerosissimi studi qui presentati al Convegno Isfol Mercato del lavoro, capitale umano e impreseche smentiscono una relazione fra lavoro atipico ed aumento dell’occupazione.
> I Prof. R. Arena e N. Salvadori in “Money, credit and the role of the State”, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74 e i Prof. G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, in “Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy”, mostrano come lavoratori precari si tutelino dal rischio di disoccupazione riducendo i consumi e deprimendo la domanda interna, quindi l’occupazione.
> Nella loro ricerca scientifica i Prof. delle Univ. di Cambrige, Uppsala e Jadavpur,  Deakin, Malberg, Sarkar, in “How do labour laws affect unemployment and the labour share of national income?” qui dimostrano che la flessibilità della prestazione lavorativa non determina incrementi occupazionali
> i contratti flessibili possono invogliare le imprese a creare posti di lavoro in una fase di espansione economica, ma sono i primi a sparire nelle fasi di recessione. Analizzando infatti i dati Isfol, gli avviamenti al lavoro stabile con contratto a tempo indeterminato sono passati dal 21,6% di inizio 2009 al 15,8% del IV trimestre 2013. I dati Eurostat, pubblicati nell’Empoyment Outlook Ocse 2013, mostrano che in Italia nellafascia giovanile 15-24 anni la quota di occupati precari sul totale è pari al 52,9% ( 1 giovane su due), ma dal 2009 al 2012 in Italia la crescita dei precari è stata 3 volte superiore a quella europea. Nonostante ciò la disoccupazione giovanile è raddoppiata dal 21,3% al 42,2% .
gli economisti Tito Boeri e Jan van Ours in: ”The economics of imperfect labor markets”, Princeton University press 2008, hanno rilevato che su 13 studi empirici esaminati ben nove di essi davano risultati indeterminati e tre di essi indicavano che una maggiore precarietà dei contratti può addirittura determinare più disoccupazione.
L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha appena pubblicato un'analisi scritta dalla sua economista Mariya Aleksynska, dal titolo “Deregulating labour markets: how robust is the analysis of recent IMF working papers?“ (Deregolamentare i mercati del lavoro: quanto è solida l'analisi dei recenti documenti di lavoro del FMI?) su una serie di quattro recenti documenti di ricerca del FMI sull'impatto delle riforme del mercato del lavoro nel ridurre la disoccupazione. Lo studio dell'ILO dimostra che i dati sul mercato del lavoro, sui quali sono basati i documenti, le analisi e le raccomandazioni dei ricercatori del FMI, presentano un grave vizio di forma: gran parte delle “riforme” identificate dagli autori del FMI erano in realtà spiegate da risultati derivanti da interruzioni nella serie di dati disponibili, di cui gli autori erano inconsapevoli. I documenti del FMI si basano su un “ Economic Freedom of the World Database ” (Database della libertà economica mondiale) pubblicato dal conservatore Istituto Fraser di Vancouver, la cui componente delle normative del lavoro consiste in un mix di meri dati, indici compositi e sondaggi di opinione, con il mix che cambia nel corso del tempo. Altre numerose interruzioni nella serie di dati Fraser si sono verificate, molte di queste anche nel 2002 quando è stata pubblicata la prima edizione di “Doing Business”. Gli indici usati dagli autori del FMI erano ulteriormente viziati dal fatto che, quando i dati non erano disponibili per specifiche sub-componenti in un certo anno, cosa che accadeva di frequente, essi calcolavano semplicemente la media di quelli che erano disponibili
> La tesi tut­tora in voga secondo cui un lavoro pre­ca­rio sarebbe meglio di nes­sun lavoro è smen­tita da quasi tutte le ricer­che più recenti: quanto più si passa da un lavoro ati­pico all’altro, tanto mag­giori diven­tano le pro­ba­bi­lità che scatti la cosid­detta “trap­pola della pre­ca­rietà”, ovvero la per­ma­nenza in uno stato di discon­ti­nuità lavorativa.
> Secondo uno studio del Prof. Fumagalli (Univ. Pavia), i dati Eurostat, pubblicati nell’Empoyment Outlook Ocse 2013, mostrano che in Italia, dal 2009 al 2012, il numero di giovani occupati precari nella fascia 15-24 anni ha subìto un tasso di crescita più elevato, pari al 3,1% annuo, contro  il -1,8% della Germania, il + 0,25% della Francia e + 0,8% della Spagna. Questo significa che il processo di precarizzazione dei giovani occupati è stato quasi tre volte superiore a quello europeo, e nonostante ciò il tasso di disoccupazione giovanile non solo non ha arrestato la sua crescita, ma la ha addirittura accelerata. Pertanto non esiste una correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita occupazionale, soprattutto giovanile, anzi, in una fase recessiva accade una correlazione inversa, svolgendo una dannosa funzione pro-ciclica.
> il “Rapporto sullo Sviluppo Mondiale 2013: occupazione” della Banca Mondiale, non ha trovato alcuna prova empirica di una relazione lineare tra le normative del lavoro e i risultati economici.
> Questa TABELLA QUI di fonte Eurostat, pubblicata da Il Sole 24 Ore del 15 marzo 2014  dimostra chiaramente che non vi è alcuna relazione evidente tra disoccupazione e grado di flessibilità del mercato del lavoro. La disoccupazione ha altre cause, soprattutto la carenza della domanda effettiva, che va sostenuta attraverso investimenti pubblici. Perché l’occupazione non dipende dalla tipologia contrattuale, ma dalla domanda aggregata; se arrivano poche commesse e i consumi sono in crisi, anche ammesso che il datore di lavoro possa assumere a costo zero, se mancano prospettive di vendita e di crescita della domanda le imprese non assumono

> Howell et al. (2007) hanno mostrato che la flessibilità del mercato del lavoro e la maggiore flessibilità del salario non sono associati né ad una minore disoccupazione complessiva né ad una minor disoccupazione giovanile.
> il prof. José Carlos Díez, dell’Instituto Catolico de Administración y Direccion de Empresas, sottolinea ne El economista observador che la riforma dei contratti resi più flessibili è servita solo a redistribuire il lavoro tra tempo pieno e tempo parziale e tra contratti a tempo indeterminato e contratti precari.
Nel rapporto a cura di G. Di Domenico e M. Scarlato redatto per il Ministero del Tesoro qui nel febbraio 2014 dal titolo: “Valutazione di interventi di riforma del mercato del lavoro attraverso strumenti quantitativi”, si prendono in considerazione gli effetti della riforma Biagi del 2003 e della riforma Fornero del 2012 sul mercato del lavoro. Il risultato è insoddisfacente:“[…] considerando complessivamente i risultati deludenti emersi dall’analisi statistica condotta in questa ricerca, che copre un arco temporale di circa 15 anni,. possiamo concludere che le riforme ‘parziali’ della legislazione sul mercato del lavoro hanno avuto l’effetto di accrescere la segmentazione del mercato e i recenti correttivi introdotti non sono stati efficaci nel migliorare l’accesso ad un lavoro stabile né nell’aumentare la probabilità di transizione dal lavoro temporaneo a quello permanente” (pp.80-81).

> L’aumento della disoccupazione giovanile non è dovuto alla rigidità del nostro mercato del lavoro italiano, ma ad una serie di fattori quali: una struttura produttiva composta da imprese di piccole dimensioni, scarsamente innovative e senza domanda di lavoro qualificato; il blocco del turn-over nel pubblico impiego; una spesa pubblica per ricerca&sviluppo inferiore allo 0.5% del Pil; tagli ai fondi universitari che fanno sì (v.indagine Associazione dottori di ricerca)  che solo il 7% dei dottori di ricerca può iniziare carriera accademica e 2.000 posti da ricercatore strutturato sono diventati meno di 1.000 precari negli ultimi 5 anni.
> Questo  GRAFICO QUI  riproduce una delle numerosissime tipologie di test effettuati in questi anni dall’OCSE e da molte altre istituzioni per verificare l’esistenza o meno di una correlazione tra flessibilità del lavoro e disoccupazione. La figura mette in evidenza che non si ravvisa alcuna correlazione tra indici di protezione del lavoro (EPL, Employment Protection Legislation) e tassi di disoccupazione.


> Questo  GRAFICO QUI di fonte Isfol indica che dopo il 2009 è iniziato un processo di sostituzione dellavoro standard con lavoro non standard, contratti a termine, a tempo ridotto, a chiamata, lavoro autonomo, in pratica la cosiddetta “trappola occupazionale” (lavori non standard successivi con scarse possibilità di passare ad un lavoro standard), ed è anche aumentato il passaggio da lavoro non standard allo stato di disoccupazione o di inattività. Inoltre si sono ridotti gli ingressi sul mercato del lavoro poiché si è fatto largo l’effetto scoraggiamento ed è aumentato il passaggio dal posto di lavoro garantito a quello non più garantito.
Graf.9 – Il mercato del lavoro nella crisi in Italia (fonte: Isfol, Come si è evoluta la flessibilità con la crisi, 6 maggio 2014: http://www.isfol.it/Isfol-appunti/archivio-isfol-appunti/6-maggio-2014-come-si-e-evoluta-la-flessibilita-con-la-crisi)[7]

> L’Ocse nel suo rapporto 2014 sull’occupazione (Employment Outlook 2014 qui)  lamenta che la progressiva crescita della flessibilità in entrata non ha prodotto altro che più precarietà, più incertezza sulle condizioni lavorative, meno motivazioni sul lavoro


Tutta questa mole di autorevoli studi non è potuta sfuggire agli studiosi appartenenti alla corrente mainstream dell’economia, la quale, come dicono a Napoli, ADDÒ VEDE E ADDÓ CECA”, ovvero, vede solo quello che le fa comodoimpregnata com’è di malevole fanatismo neoliberista.

Per un'economia solidale - info@peruneconomiasolidale.it

giovedì 20 novembre 2014

Nepi - Azienda Prodotti Agro-alimentari segnalata per il premio "Un bosco per Kyoto"


C’è voluto un anno per trovare in Italia aziende agroalimentari e zootecniche capaci di meritare la “nomination“ al premio internazionale Un Bosco per Kyoto 2015. E’ questo un riconoscimento che ogni anno si celebra al Campidoglio di Roma dedicato ad enti e persone che si sono distinti durante gli ultimi anni più degli altri nella mitigazione climatica, nel risparmio energetico e nella tutela dell’ambiente.  

Le 42 sezioni di Accademia Kronos sparse sul territorio nazionale hanno presentato, relativamente alle aziende zootecniche italiane, 31 candidati al premio internazionale che si terrà a Roma il 16 febbraio prossimo. Tra tutte queste è risultata migliore l’I.P.A. Industria Prodotti Agro-alimentari di Nepi (ex Latte di Nepi). Il motivo è stato quello di aver ridotto drasticamente l’emissione in atmosfera del  metano, che è un gas climalterante prodotto dalle deiezioni e flatulenze dei bovini, 22 volte più aggressivo del CO2, e di averlo trasformato in combustibile per produrre energia elettrica e calorica, senza produrre alcun inquinamento esterno.

Una delegazione formata da esperti di Accademia Kronos prima di concedere la nomination hanno visitato alcune settimane fa l’azienda di Nepi per valutare se il materiale inquinante prodotto da centinaia di bovini venisse rapidamente isolato dall’ambiente e introdotto in biodigestori per produrre gas.          Gli scopi della verifica erano diversi, per primo valutare lo stato di salute degli animali, poi il procedimento per il trasferimento dei liquami animali nei biodigestori, il funzionamento degli stessi e, infine, l’eventuale fuoriuscita di cattivi odori dalle strutture che producono biogas. Impianto questo che grazie ai liquami animali ( circa 1000 bovini) produce 1 Megawatt di potenza elettrica. Al termine del sopralluogo l’esame ha dato, su una scala da 1 a 10, un valore di 9. Un altissimo voto se si considera che alcune aziende zootecniche venete candidate al premio hanno raggiunto al massimo 7.

Oltre a ciò la commissione di AK ha voluto valutare il grado di funzionalità e di igiene nel procedimento di prelievo, lavorazione e confezionamento del latte e di altri prodotti derivati. Anche qui il risultato è stato eccellente. Quindi un vanto per la provincia di Viterbo che grazie all’IPA di Nepi è risultata leader in Italia per il trattamento degli animali da latte, per l’utilizzazione delle deiezioni animali ai fini di mitigazione climatica e per la produzione di energia senza produrre inquinamento. Quindi a questa azienda le verrà consegnato a febbraio prossimo l’ambito premio internazionale di Un Bosco per Kyoto giunto alla 10^ edizione.


Filippo Mariani (Accademia Kronos)

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