martedì 6 dicembre 2016

La Cgil esprime soddisfazione per l'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016


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Il referendum sulla riforma costituzionale ha dato un esito inequivocabile, con una netta maggioranza di NO, ancor più significativa in considerazione di un numero di votanti oltre il 68%, al di là delle più ottimistiche previsioni.
La Segreteria della CGIL ringrazia i dirigenti, i delegati ed i militanti per l’impegno profuso a sostegno delle posizioni di merito che hanno motivato l’indicazione di voto da parte della CGIL, nel rispetto delle scelte individuali di singoli dirigenti e militanti.
È stato importante aver scelto una posizione scevra da logiche di schieramento e di contrapposizione, bensì tesa a rimarcare come la riforma proposta, pur proponendo titoli giusti, fosse profondamente sbagliata nel suo svolgimento, nella sua impostazione di accentramento dei poteri dell’Esecutivo.
La Segreteria della CGIL sottolinea altresì come la battaglia comune condotta con ANPI e ARCI abbia in modo determinante contribuito a far conoscere a tante e tanti il merito della riforma e le ragioni di una posizione che aveva ed ha come unico scopo quello di difendere la Costituzione nata dalla Resistenza.
La CGIL continuerà con fermezza la propria battaglia per la piena attuazione della Carta costituzionale, per un allargamento degli spazi democratici di partecipazione dei cittadini e per una coerente riduzione dei costi della politica, senza nulla concedere al qualunquismo, al populismo di chi cavalca l’antipolitica che è anzitutto nemica della democrazia.
In particolare, la CGIL impegna tutte le proprie Strutture ed i propri delegati e militanti a sviluppare una ancora più forte iniziativa a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare ‘Carta dei diritti fondamentali del lavoro’ di cui la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati può e deve iniziare l’esame fin dai primi giorni del prossimo anno.
La ‘Carta dei diritti universali del lavoro’ rappresenta essa stessa l’occasione per attuare una parte fondamentale della Costituzione, con particolare riferimento ai temi del lavoro, della rappresentanza sociale e del diritto di cittadinanza.
Cosi come la CGIL è da subito mobilitata a sostenere i tre referendum che accompagnano la Carta dei diritti fondamentali del lavoro e che riguardano tre nodi fondamentali per un lavoro più dignitoso: abrogazione dei voucher, diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo nelle aziende con più di cinque dipendenti, reintroduzione della piena responsabilità solidale negli appalti.
La personalizzazione dello scontro referendario, voluta in primo luogo dallo stesso Presidente del Consiglio e cavalcata da molti, ha determinato un pesante inasprimento della campagna elettorale ed ha portato all’annuncio delle dimissioni del Governo.
La situazione economica e sociale in Europa ed ancor di più nel nostro Paese richiede senso di responsabilità da parte di tutte le forze politiche.
Il dramma della disoccupazione e della precarietà, soprattutto giovanile, il crescere della povertà, la questione irrisolta del Mezzogiorno, il rinnovo dei Contratti nazionali di lavoro, anche pubblici, ancora aperti, l’emergenza determinatasi a causa del terremoto in Centro Italia, la prosecuzione del confronto in tema di previdenza, nonché la più generale condizione di diseguaglianze crescenti e di stagnazione dei consumi, impongono come priorità l’attuazione di politiche economiche e sociali volte alla crescita ed all’equità.
In questo contesto, la Segreteria della CGIL ritiene che – soprattutto con l’attuale legge elettorale – le elezioni anticipate sarebbero una pericolosa fuga in avanti.
Si verifichi in Parlamento il sussistere di una maggioranza politica in grado di assicurare un Governo di responsabilità sociale, capace di dare anzitutto quelle risposte che lavoratori e pensionati si attendono, attraverso anche un corretto rapporto con le istanze della Società civile e con le Organizzazioni della rappresentanza sociale.
La CGIL esprime piena fiducia nel ruolo del Presidente della Repubblica quale garante per tutte le forze politiche e sociali del Paese.

lunedì 5 dicembre 2016

"Vai renzi, vai!" - Gli italiani hanno detto No alla riforma e No alla persona...


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Un risultato così netto era inimmaginabile e questa volta i sondaggi hanno sbagliato per eccesso di prudenza. Il NO non soltanto vince, trionfa con margini di distacco che, secondo gli exit polla, sono abissali.

Ed è estremamente significativo che la partecipazione alle urne sia stata molto alta. Questo è stato autenticamente, un voto popolare, che non lascia spazio ad interpretazioni e ad ambiguità.

Gli italiani hanno bocciato una riforma costituzionale che, se fosse stata approvata, avrebbe incrinato alcuni dei principi fondanti della democrazia e della Repubblica. E contestualmente hanno bocciato irrevocabilmente un premier, 

La prospettiva di dare a un premier di questa risma poteri che non hanno paragoni nelle democrazie occidentali è risultata intollerabile alla stragrande maggioranza degli elettori. E il fatto che Renzi si sia impegnato in prima persona con la foga di un gladiatore e facendo ampio ricorso a una propaganda che è risultata sovrastante e martellante rende ancor più cocente e significativa la sua sconfitta.
È un no alla riforma, è un no alla persona. Matteo Renzi, politicamente, è finito.

Gli italiani, invece, si associano al messaggio già formulato con forza dai britannici scegliendo la Brexit e dagli americani eleggendo Donald Trump. E non solo perché ancora una volta le intimidazioni e lo spin attraverso i media tradizionali è risultato inefficiente. Le vecchie regole della propaganda e della manipolazione per influenzare e intimidire i popoli, non sono più efficienti come un tempo.


Gli italiani hanno detto no all'establishment e alle élite transnazionali ed europee che hanno governato la globalizzazione, l'Europa e di fatto anche l'Italia, limitandone la sovranità e la possibilità di cambiare.

Gli italiani, come gli americani e come i britannici, vogliono un vero cambiamento, vogliono tornare padroni del proprio destino. Questa sì è una rivoluzione.

Marcello Foa  

domenica 4 dicembre 2016

Tuscia. La continua espansione della monocoltura della nocciola quali conseguenze porterà al territorio ed alle popolazioni?


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Un contributo alla comprensione può venire dalle ultime vicende:
 - La Regione Toscana nell’aprile 2015 firma un protocollo d'intesa con l’ ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) e la Ferrero Trading Lux Sa con sede in Lussemburgo, che favorisce l’incremento di 5 mila ettari di coltivazioni a nocciolicoltura entro il 2020.  
- La Regione Piemonte il 30 Maggio 2015 sottoscrive un accordo con la Ferrero Hazelnut Company e  l’ISMEA per la realizzazione di ulteriori 5 mila ettari di terreno a nocciolicoltura.
- La Regione Lazio il 13 Maggio 2015 firma un accordo con l’ISMEA e la Ferrero Trading Lux S.A. per la realizzazione di nuove coltivazioni a nocciole su 10 mila ettari, circa 5 milioni di piante di nocciole nel  viterbese.

Le tre Regioni Piemonte-Toscana-Lazio (ma anche altre Regioni fra le maggiori produttrici Campania e Sicilia potrebbero essere interessate all’ampliamento della noccioli coltura) con questi accordi pianteranno alberi di nocciolo su 20 mila ettari, circa 10 milioni di piante, e inseriranno nei loro Piani di sviluppo rurale PSR 2014-2020 finanziamenti appositi, sosterranno e incentiveranno il comparto; l’Ismea metterà a disposizione le proprie competenze nella progettazione delle azioni e nella  realizzazione dei progetti, la Ferrero si renderà disponibile a cooperare supportando la ricerca, la formazione e lo sviluppo della corilicoltura anche tramite la stipula di contratti di  fornitura di medio e lungo termine con gli agricoltori.


Nel Lazio la parte interessata è il viterbese, dove già insistono moltissimi terreni coltivati a noccioli.
Dopo i Piani integrati Mediterranei finanziati dalla Unione europea che hanno portato allo sviluppo della nocciolicoltura in tutto il viterbese, un nuovo progetto inserito nel PSR (Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Lazio) che prevede il sostegno all’ampliamento della coricoltura con fondi pubblici ed europei, per “indirizzare gli investimenti alle priorità chiave per la crescita”, ma anche nel segno della “sostenibilità ambientale”.

Il progetto si sviluppa in più fasi:
- servizi di formazione e assistenza tecnica per gli agricoltori;
- sviluppo di forme di cooperazione e aggregazione all'interno della filiera e di un settore vivaistico che assicuri la produzione di piante di qualità;
- strumenti d'incentivazione regionali, nazionali e comunitari, informazione, formazione e promozione dell'utilizzo degli strumenti economico-finanziari di Ismea;
- creazione di nuove aziende e riconversione delle esistenti.

Tutto ciò nei produttori di nocciole della Tuscia procura una nascente preoccupazione, per:  
- l’aumento della produzione nazionale e mondiale con nuovi Paesi che da importatori sono divenuti produttori Australia, Argentina, Olanda, Cina, Corea;
- la concorrenza della Turchia che immette sul mercato grande quantità di prodotto;
- la possibilità per l’industria dolciaria di approvvigionarsi a prezzi che la stessa stabilisce.
                                                                                                                                                                                     
Grande preoccupazione desta anche nella popolazione. Sarà davvero ricercata la sostenibilità ambientale oppure ci sarà ancora il tentativo di nascondere la realtà, così come si è verificato per i danni provocati dal metodi coltivazione esistente?

Come fugare queste preoccupazioni ?
Il metodo giusto c’è, ma va perseguito seriamente. Occorre puntare sulla qualità, anziché favorire l’affermazione della quantità del prodotto, anche perché il prodotto è quasi interamente destinato all’industria dolciaria, che giustamente dovrebbe imporre l’assenza di difetti fisici e precise caratteristiche morfologiche e fisico-chimiche.
Vanno, allora, revisionati i procedimenti adoperati per la coltivazione e abbandonata la chimica in agricoltura,  puntando decisamente verso il biologico. Solo così si eviteranno i disastri ambientali e si tutelerà la salute della gente.

Alcune aziende agricole biologiche dell’agro falisco e l’ordine dei geologi del Lazio hanno ben compreso la gravità della scelta e si adoperano nel tentativo di far comprendere che tale invasioni vanno regolate e disciplinate; assieme ad alcuni Comuni del basso viterbese e il Biodistretto lavorano alla redazione di regolamenti restrittivi per l’utilizzo dei fitofarmaci nelle nuove piantagioni e chiedono a gran voce di convertire l’agricoltura chimica in biologica con l’abbandono delle dannose, in tutti i sensi, monocolture e il ritorno alla policoltura. 

Preoccupa, quindi, per gli aspetti sociali, ambientali ed economici sopra richiamati, l’esultanza dell’assessore all’agricoltura della Regione Lazio Sonia Ricci : “ Il 27% di tutte le nocciole che si producono in Italia, sono concentrate in una zona bellissima, che è Viterbo. Si vuole mettere intorno ad un tavolo anche piccoli produttori per dar loro un futuro in questo settore”.

Come possono, infatti, definirsi bellissimi i campi ben recintati dove è meglio che non entri nessun animale, sia esso uomo, cinghiale, uccello o scoiattolo, perché abbondantemente irrorati da diserbanti e concimi chimici ?  Quale futuro si offre ai piccoli produttori?

A nostro parere si offrono vantaggi momentanei, estremamente costosi per la collettività tutta, anche perché nel tempo si riveleranno dannosi per la salute di produttori e cittadini.

Quali sono, infatti, gli aspetti positivi dello sviluppo maggiore della monocoltura delle nocciole nei laghi di Vico e Bolsena, nei cui comprensori sono progettati altre centinaia di ettari?
Anche il lago di Bolsena diverrà come il lago di Vico, definito “malato in coma” proprio a causa delle monocoltura della nocciola?  
Il disastro ambientale del lago di Vico, che potrebbe divenire irreversibile, dovuto specialmente all’uso incontrollato di fertilizzanti e di fitofarmaci, che aumentano l’eutrofizzazione e l’inquinamento, compromettendo la salute della popolazione, va fermato.  Occorre per questo l’impegno concreto delle associazioni ambientaliste, dei cittadini e delle istituzioni.
“L’uso massiccio di fertilizzanti azotati, che poi, a causa delle piogge, si sono riversati nel bacino lacustre, comporta l’aumento di queste sostanze nocive nelle acque” così afferma il prof. Giuseppe Nascetti, ordinario di Ecologia al Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università della Tuscia, che da più di 20 anni studia lo stato di salute del Lago di Vico.
Lago di Vico – Dopo la pioggia 

Poco ascoltati i suoi appelli e gli appelli fatti in numerosi convegni da molti medici e ambientalisti, richiedenti l’intervento delle istituzioni perché fosse invertito l’andazzo dello scarica barile delle responsabilità e soprattutto si ponesse fine all’inquinamento sistematico del lago ed infine si bloccasse la distribuzione di acqua avvelenata alla popolazione. Acqua che a causa delle microcistine cancerogene rilasciate dalla Planthotrix rubescens o Alga Rossa, oltre che per l’arsenico dovrebbe essere utilizzata esclusivamente per lo sciacquone. ( 1 Protezione civile Sicilia )

Acqua dichiarata dalla ASL e dalle ordinanze dei Sindaci non potabile, ancora immessa nelle condutture dei Paesi di Caprarola e Ronciglione, dopo impianti filtranti costati enormemente alla collettività.
Nonostante gli studi portati alla conoscenza di cittadini e istituzioni, inchieste giornalistiche, esposti e denuncie alla magistratura, interpellanze all’Unione Europea, interrogazioni parlamentari, si vuole ancora continuare l’opera distruttiva del lago di Vico e a distribuire questa acqua alla popolazione ?
Lo stesso PUA tanto sbandierato come risolutore dei problemi del lago, riteniamo invece abbia accentuato un modo di fare, che non ha permesso e non permette controlli sulle quantità utilizzate di prodotti chimici.
Il PUA (Piano di Utilizzazione aziendale) progettato dal Comune di Caprarola e fatto proprio anche dal Comune di Ronciglione, dobbiamo dirlo chiaramente, è una presa in giro delle popolazioni che ancora attendono la tutela piena del lago e la difesa della loro salute.

Perché la Regione Lazio, nonostante le nostre richieste, ancora non rivede la delibera che ha permesso la formazione del PUA in un comprensorio dove sono vietate per legge le immissioni nelle acque di sostanze inquinanti, proprio perché da utilizzare come potabili?

La legge R.L. n. 539 del 2/11/2012 BUR n.67 pag 215, è infatti un’assurdità giuridica perché mentre individua le aree di salvaguardia ambientale in tutta la conca del lago, al punto 6/3 permette di continuare l’uso di diserbanti e concimi chimici, attraverso i PUA. La qualità delle acque del lago di Vico da allora è peggiorata e documenti dell’Istituto Superiore di Sanità lo certificano, e nonostante ciò ne viene permessa la utilizzazione per le produzioni agricole, per l’abbeveraggio degli animali e la distribuzione nelle abitazioni di Ronciglione e Caprarola, sebbene siano in vigore le ordinanze di non potabilità.

L’ampliamento dei terreni per la monocoltura delle nocciole, è quindi un intervento che si inserisce in un ecosistema già compromesso, che andrebbe invece tutelato, per farlo tornare ad essere sano, oltre che bellissimo.

Fermare l’eutrofizzazione dovrebbe essere il pensiero preminente delle istituzioni. La perdita di beni ambientali danneggia enormemente il turismo e il valore del patrimonio immobiliare. Questo quanto è  accaduto per il Lago di Vico.
Finanziare allora l’impianto di altri noccioleti è quindi una scelta fatta “nel segno della sostenibilità ambientale”?  
In zone protette come sono i laghi viterbesi Vico e Bolsena, tale scelta dimostra al contrario, che nella programmazione di interventi nell’agricoltura, vengono tenuti di poco conto i principi di tutela ambientale.


Mantenere in salute l’ambiente, le falde idriche, le acque di fiumi e dei laghi, la loro flora e fauna,  difendere la salute e l’economia delle popolazioni e degli operatori economici questo dovrebbe essere il compito delle istituzioni. Sono queste le scelte che debbono essere fatte se si vuole veramente il bene della gente ed in particolare delle generazioni future.

 Raimondo Chiricozzi
 Referente Prov. Viterbo AICS AMBIENTE

venerdì 2 dicembre 2016

Discorso annuale alla DUMA - Vladimir Putin: "La Russia guarda a Oriente"


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Discorso annuale alla Duma russa, Vladimir Putin ha tratto le conclusioni presentando un rapporto e impostando le principali linee di sviluppo della Russia per il prossimo anno. In diverse occasioni, il discorso è stato interrotto da applausi spontanei: quando il presidente ha parlato dello stato economico del Paese e dello sviluppo del suo potenziale agroalimentare, sottolineando che la Russia è prima divenuta autonoma nelle materie prime agricole e adesso le fornisce ad altri Paesi. Infine, i deputati hanno applaudito quando Putin ha citato l’operazione militare all’estero (senza pronunciare “Siria”) e quando si è rivolto direttamente alle Forze Armate, alla fine del discorso: “Voi siete i soldati della Russia! Portate in alto l’onore Vostro e del Vostro Paese!” Detto questo, ci sono stati passaggi forti e veramente interessanti sulla situazione internazionale. 

Quindi, parlando degli Stati Uniti, Putin ha evitato di menzionare la vittoria di Donald Trump quale fattore di cambiamento nel rapporto tra i due Paesi. Ma non ha evitato di avvertire gli statunitensi dall’escalation sfrenata che porterà a conseguenze estreme. “Violare la parità strategica è molto pericoloso. Porterebbe alla catastrofe globale”, ha detto il Presidente della Russia. Altri Paesi, menzionati quali alleati nei principali assi di sviluppo, erano Cina e India, e il cruciale sviluppo dell’Oriente russo che Putin ha definito grande imperativo nazionale e snodo della situazione attuale. Come programma nazionale, Putin ha suggerito l’attuazione dell'”integrazione eurasiatica su tutti i livelli”. La grande sorpresa sul capitolo degli “Affari Internazionali” di Putin sembra sia non attendersi nulla di positivo dall’Europa, non avendo pronunciato nulla su questa parte geografica, economica e strategica. L’Europa è scomparsa dal discorso, segnando la grande svolta che la Russia intende operare, riservandosi alla cooperazione con Asia e Oriente.

Un altro aspetto interessante è la sequenza temporale e l’ordine delle questioni sollevate. Così più della metà del discorso era dedicata alla politica interna. La cosa che ha sorpreso molti è l’evocazione della rivoluzione sovietica del 1917. Sarebbe il momento della riconciliazione nazionale, sull’esempio francese, cioè, anche se il periodo fu crudele e sanguinario, incarna sempre il grande passo compiuto dalla società russa sulla via dello sviluppo sociale, politico ed economico. Ma Putin ha avvertito i revisionisti dicendo letteralmente che qualunque fosse l’origine degli antenati dei cittadini russi, in quella tragedia, e su quale barricata fossero, la Russia rimane e rimarrà sempre un solo Stato e un popolo unito, fiero del proprio passato e delle proprie vittorie. Tale approccio equivale alla fine dell’espiazione degli errori politici e degli abissi sociali legati alla memoria dei grandi purghe del 1937. Putin ha ripristinato il passato sovietico e, di fatto, voltato pagina mettendo i puntini sulle i e rifiutando di dimenticare le conquiste e le vittorie del periodo sovietico. 


Come è noto, allo stesso tempo, si è deciso di erigere un monumento in memoria di tutti i prigionieri politici. Sarà a Mosca, un muro (l’idea sarebbe il Muro dei lamenti), composto da corpi umani, in pietra rosa. L’idea generale dovrebbe essere il riconoscimento della memoria storica (a differenza della Francia, ancora alle prese con il compito di passare la spugna su Vandea e martiri della Bretagna), ma senza dimenticare di rendere omaggio ai grandi nomi dell’URSS; scienziati, ricercatori, soldati, artisti, ecc.


Un altro punto di forza menzionato sono i dati demografici. Cifre alla mano, il presidente russo ha dimostrato che il tasso di fertilità dei russi è più alto rispetto di quello in Portogallo e Germania: 1,7 Russia, 1,2 Portogallo e 1,5 Germania. E questo tasso continua ad aumentare con 1,78 nel 2016. Dopo la demografia, le questioni più importanti venivano esaminate in ordine di citazione; sanità a tutti i livelli con massicci investimenti da effettuare, istruzione secondaria, autostrade ed ecologia. 

La componente economica, particolarmente dolorosa per la Russia dati dimissioni e arresto del Ministro dello Sviluppo Economico, dimesso in attesa di presentarsi all’Ufficio del Procuratore di Mosca, ha stupito su molti punti. Così, Vladimir Putin ha osservato il rallentamento della caduta del PIL della Russia. La caduta dello scorso anno fu di quasi 3,7%, meno 0,3% del previsto nel 2016. L’inflazione dovrebbe raggiungere il minimo storico in Russia (5,8%) contro il 12,9 % nel 2015. La crescita industriale è stata riavviata. Alcune cifre sono sorprendenti: le esportazioni agroalimentari hanno generato un reddito superiore a quello militare: 14,6 miliardi di entrate dai contratti militari contro i 16,9 miliardi dai prodotti alimentari. Allo stesso tempo, ricordiamo che la Russia è al secondo posto per vendite di armi nel mondo. 

Un’altra sorpresa, non da ultimo, è il culmine dell’esportazione di prodotti informatici russi. “Un paio di anni fa“, ha detto il Presidente, “il livello era zero assoluto, ma ora l’informatica ha generato una plusvalenza di bilancio da 7 miliardi di dollari, quasi la metà del fatturato realizzato dal complesso militare-industriale“. Putin ha anche indicato l’obiettivo di una produzione avanzata in tutti i settori industriali, ed entro i prossimi 5 anni questi rami dell’economia dovrebbero essere pari al 30% del PIL (digitale, computer, neuro-tecnologia, spazio, nucleare, robotica, dispositivi quantistici, ecc).


In conclusione, si può anticipare che il prossimo periodo della Russia sarà caratterizzato da intenso sviluppo dei complessi militare-industriale, agro-alimentare ed informatico, quali settori di punta. Asia e oriente saranno i principali assi della cooperazione internazionale e dello sviluppo della Russia, e l’Oriente russo diverrà priorità nazionale. La Russia sembra definitivamente voltare le spalle all’occidente, da cui non si aspetta nulla di positivo. L’idea di grande complesso eurasiatico, tanto cara alla Russia dal periodo dell’Orda d’Oro, sembra destinata ad agitare di nuovo le notti insonni degli strateghi della nuova amministrazione Trump alla Casa bianca.

Aleksandr Artamonov, Pravda

Traduzione di Alessandro Lattanzio

https://aurorasito.wordpress.com/2016/12/02/putin-definisce-la-futura-politica-della-russia-divorzio-dalloccidente/

Siria. Altre notizie d'intelligence - Colloqui tra "ribelli siriani" e Russia, la prossima liberazione di Aleppo e l'inqualificabile Mogherini


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1) Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, intervistata dal Financial Times sulla notizia di negoziati che sarebbero in corso tra "ribelli" siriani e Russia, ha confermato serafica che è da anni che la Russia sta negoziando con questi "ribelli moderati". Tutti noi che stiamo seguendo il più possibile da vicino gli eventi siriani, sapevamo da sempre che quando Putin dichiarò il ritiro dalla Siria del grosso della task force russa, contemporaneamente aveva sguinzagliato su tutti i territori siriani in mano ai "ribelli" agenti che parlano perfettamente le lingue locali e conoscono bene la storia e la situazione politica della Siria, per convincere con vari argomenti il maggior numero di signori della guerra di abbandonare le armi. Quindi i colloqui ad Ankara sono un esito naturale, anche se non scontato, della politica russa. Il Financial Times forse non se l'aspettava, ma più che altro era molto turbato dal fatto che aveva saputo dei recentissimi colloqui ad Ankara tra Russia, "ribelli moderati" (tra cui il sedicente Esercito Siriano Libero) e la Turchia e soprattutto era esasperato dal fatto che gli Usa sono totalmente tagliati fuori da questi colloqui, pur essendo la Turchia un perno (almeno fino ad oggi) della Nato. Su questo punto specifico la Zakharova, che è sempre iper-professionale è non dice mai una parola di troppo o di meno, si è lasciata andare a un po' di ironia, sottolineando che gli Usa con la loro politica si sono isolati da soli.

2) Non è possibile sapere cosa si sono detti Putin ed Erdogan nella telefonata del 1 dicembre 2016, ma il fratello sultanello di Ankara a fatto una spettacolare marcia indietro, rimangiandosi le dichiarazione di poche ore prima in cui affermava che l'esercito turco era intervenuto in Siria per abbattere Assad. Dopo la telefonata con Mosca Erdogan ha invece affermato che l'unico scopo è il "terrorismo", che Assad non c'entra niente e che ogni altra interpretazione è malevola. A parte il fatto che Erdogan dice e smentisce con la stessa faccia di palta che aveva Berlusconi (solo che lo fa su cose molto più gravi), bisogna prendere atto che Putin sembra avere argomenti molto convincenti nei confronti della Turchia.

3) Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato che entro la fine dell'anno Aleppo sarà completamente liberata. Ricordo che i Russi sono molto prudenti nel rilasciare dichiarazioni di questo tipo.

4) L'inqualificabile Mogherini ha dichiarato che le posizioni ostili della UE nei confronti della Russia rimarranno tali anche se gli Usa dovessero cambiare politica. Della serie essere molto ma molto più imbecilli del Re.

Piotr

mercoledì 30 novembre 2016

Storie di papi (gli ultimi) - La commedia del bergoglio: "Poca religione, molta scena (di massa)..." Ed il mistero delle dimissioni di paparatzy


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Siamo a metà febbraio 2012  - Papa Ratzinger  non aveva ancora ancora  annunciato le sue dimissioni, ma erano nell'aria, c'erano state minacce di attentati  accompagnate  da una campagna mediatica proveniente dagli USA che lo accusava di varie nefandezze.

La mia  prima ipotesi, avanzata allora,  era relativa alla minaccia, fatta dai "fratelli maggiori" di far  scoppiare uno scandalo epocale sul Vaticano a causa della pedofilia dei sacerdoti di cui il Papa ne sarebbe stato in parte complice avendo cercato di coprirla con ogni mezzo o addirittura avendo partecipato attivamente alla partita...

La seconda potesi (per  me la più credibile),  è quella economica, ovvero la lotta all'ultimo sangue per scardinare il potere finanziario vaticano condotta dagli stessi "fratelli maggiori" (quelli che controllano la finanza mondiale e tutte le banche centrali del mondo) contro l'unico potentato bancario autonomo rimasto, quello dello IOR vaticano, che gestisce buona parte di traffici illeciti ed il riciclaggio di denaro sporco. Inoltre il vaticano è il maggior detentore mondiale di ricchezze in immobili e nasconde una quantità abnorme di oro e metalli preziosi sia nei sotterranei vaticani che in tutte le chiese del mondo. Una ricchezza che secondo i "fratelli maggiori" deve cambiar padrone, utilizzando la consolidata tattica del "divide et impera"...

Il che significa che il vaticano sotto ricatto e manovrato da un nuovo papa, "sensibile ai desiderata del nwo" si frantumerà e le sue ricchezze passeranno di mano (nella rapaci mani di chi sappiamo). Una volta effettuata la rapina e screditato il potere di convincimento delle masse della chiesa cattolica, che ancora ha un certo peso, il dominio del mondo sarà cosa fatta,  con tanto di ciliegina sulla torta,  se dovesse attuarsi la così detta "chiesa universale sincretica" con sede centrale a Gerusalemme... (non dimentichiamo la promessa di Trump di fare di Gerusalemme la capitale unica del sionismo).

Però il vecchio proverbio dice: "Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi"... Staremo a vedere.

Paolo D'Arpini
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Articolo in sintonia:

Ratzinger “deposto” da un complotto gestito dai servizi segreti anglosassoni, con anche la collaborazione di Gianroberto Casaleggio. Obiettivo: insediare in Vaticano l’attuale pontefice “modernista”. Un piano del massimo potere, gestito da personaggi come George Soros e ora messo in pericolo dalla vittoria di Trump. Lo sostiene Federico Dezzani, che evoca “padrini occulti” dietro al pontificato di Bergoglio, di cui profetizza l’imminente declino.
Nonostante il flop del Giubileo e «il sostanziale fallimento dell’Anno Santo», Papa Francesco oggi accelera la svolta modernista: crea nuovi cardinali a lui fedeli e concede a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere l’aborto. «Forse Bergoglio ha fretta, perché sa che il contesto internazionale che lo ha portato sul Soglio Petrino si è dissolto con l’elezione di Donald Trump», scrive Dezzani, secondo cui furono «l’amministrazione Obama e George Soros» a introdurre il gesuita argentino, «in forte odore di massoneria», dentro le Mura Leonine. Bergoglio? Sarebbe «la versione petrina di Barack Hussein Obama», in coerenza col “cesaropapismo”, grazie al quale il potere civile estende la propria competenza al campo religioso, così da plasmare la dottrina «secondo le esigenze del poteretemporale».

Una pratica bizantina, ancora viva nell’Occidente moderno? Senz’altro: «La Chiesa di Roma subisce, dalla notte dei tempi, gli influssi del mondo esterno: re francesi, imperatori tedeschi, generali corsi e dittatori italiani hanno sempre cercato di ritagliarsi una Chiesa su misura». Dopo il 1945, il Vaticano è stato «inglobato come il resto dell’Europa Occidentale nell’impero angloamericano», subendone l’influenza politica, economica e ideologica: «Quanto avviene alla Casa Bianca, presto o tardi, si ripercuote dentro le Mura Leonine». Se poi il potere temporale si sente particolarmente forte e ha fretta di imporre la propria agenda alla Chiesa cattolica, «indebolita da decenni di secolarizzazione della società e in preda ad una profonda crisi d’identità», a quel punto – sostiene Dezzani – spinge più a fondo la “modernizzazione” dello Stato pontificio «cosicché il Papa “si dimetta”, come un amministratore delegato qualsiasi, e gli azionisti di maggioranza possano nominare un nuovo “chief executive officer” della Chiesa cattolica apostolica romana, sensibile ai loro interessi».

Ratzinger “licenziato” dalla Casa Bianca? «Durante la folle amministrazione di Barack Hussein Obama, periodo durante cui l’oligarchia euro-atlantica si è manifestata in tutte le sue forme, dal terrorismo islamico all’immigrazione selvaggia, dagli assalti finanziari alle guerre per procura alla Russia – continua Dezzani nel suo blog – abbiamo assistito a tutto: comprese le dimissioni di Benedetto XVI, le prime da oltre 600 anni (l’ultimo pontefice ad abdicare fu Gregorio XII nel 1415), e alla nascita di un ruolo, quello di “pontefix emeritus”, sinora mai attribuito ad un Vicario di Cristo vivente». L’interruzione del pontificato di Joseph Ratzinger, seguita dal conclave del marzo 2013 che elegge l’argentino Jorge Mario Bergoglio, è una vera e propria “rivoluzione”: «Ad un pontefice “conservatore” come Benedetto XVI ne succede uno “progressista” come Francesco, a un difensore dell’ortodossia cattolica succede un modernista che vuole “rinnovare” la dottrina millenaria della Chiesa». Non solo: «Ad un Papa che aveva ribadito l’inconciliabilità tra Chiesa Cattolica e massoneria ne subentra uno che è in fortissimo odore di libera muratoria».

E ad un pontefice «sicuro che solo nella Chiesa di Cristo c’è la salvezza» segue «un paladino dell’ecumenismo», talmente ardito da dichiarare ad Eugenio Scalfari nel 2013: «Non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». Per Dezzani, il fondatore della “Repubblica”, «ben introdotto negli ambienti “illuminati” nostrani ed internazionali», in effetti «è un’ottima cartina di tornasole per afferrare il mutamento in seno alla Chiesa», strettamente sorvegliato dall’élite di potere. Si passa dall’editoriale “Da Pacelli a Ratzinger, la lunga crisi della Chiesa” del maggio 2012, dove Scalfari ragiona a distanza sul pontificato “lezioso” di Ratzinger, rinfacciandogli una scarsa apertura alla modernità, a Lutero ed all’ecumenismo, al dialogo tête-à-tête del novembre 2016, dove Scalfari discetta amabilmente con Bergoglio di “meticciato universale”, «tema tanto caro alla massoneria», interprete del sincretismo culturale che è alla base della modernità stessa, alla cui creazione proprio il network libero-muratorio contribuì, a partire dal ‘700.

Federico Dezzani si concentra su Bergoglio, che considera «la versione petrina di Barack Obama», al punto che «si potrebbe sostenere che sia stato il presidente americano ad installare il gesuita ai vertici della Chiesa»? Sarebbe un’affermazione «soltanto verosimile», precisa, visto che «sono gli stessi ambienti che hanno appoggiato Barack Obama (e che avevano investito tutto su Hillary Clinton nelle ultime elezioni) ad aver preparato il terreno su cui è germogliato il pontificato di Bergoglio». In altre parole, è il milieu «della finanza angloamericana, di George Soros e dell’establishment anglofono liberal». Se si riflette sugli ultimi tre anni di pontificato, continua Dezzani, l’azione del Papa sembra infatti ricalcata sull’amministrazione democratica. Obama si fa il paladino della lotta al surriscaldamento globale, culminata col Trattato di Parigi del dicembre 2015? Bergoglio risponde con l’enciclica ambientalista “Laudato si”. Obama «ed i suoi ascari europei, Merkel e Renzi in testa», incentivano l’immigrazione di massa? Bergoglio «ne fornisce la copertura religiosa, finendo coldedicare la maggior parte del pontificato al tema». Ancora: Obama legalizza i matrimoni omosessuali? «Bergoglio si spende al massimo affinché il Sinodo sulla famiglia del 2014 si spinga in questa direzione».

Gli “automatismi” continuano, estendendosi anche al welfare. La Casa Bianca vara una discussa riforma sanitaria che incentiva l’uso di farmaci abortivi? «Bergoglio allarga all’intera platea di sacerdoti, anziché ai soli vescovi, la facoltà di assolvere dall’aborto». Ma è possibile «insediare in Vaticano» un pontefice «in perfetta sintonia con l’amministrazione democratica di Obama» e, sopratutto, «espressione degli interessi retrostanti», che Dezzani definisce «massonici-finanziari»? E’ il tema della ricostruzione di Dezzani, che parte dalla “resa” di Ratzinger. Se si vuole attuare un “regime change”, il primo passo è «sbarazzarsi della vecchia gerarchia». Dinamica classica, «già vista in Italia con Tangentopoli, che spazzò via la vecchia classe dirigente italiana spianando la strada ai governi “europeisti” di Amato e Prodi». In Germania, la Tangentopoli tedesca «decapitò la Cdu e favorì l’emergere della semi-sconosciuta Angela Merkel». A Firenze, lo scandalo urbanistico sull’area Castello «eliminò l’assessore-sceriffo Graziano Cioni e avviò la scalata al potere di Matteo Renzi». O ancora, in Brasile, dove «lo scandalo Petrobas ha causato la caduta di Dilma Rousseff e la nomina a presidente del massone Michel Temer».

Stesso schema, sempre: «Accuse di corruzione (fondate o non), illazioni infamanti, minacce, sinistre allusioni, carcerazioni preventive, battage della stampa, false testimonianze, omicidi: qualsiasi mezzo è impiegato per “scalzare” i vecchi vertici indesiderati». In Vaticano, nel mirino finirono «Ratzinger e il suo seguito di cardinali conservatori, da defenestrare a qualsiasi costo per l’avvento di un pontefice modernista». Ed ecco, puntale, lo scandalo “Vatileaks”, cioè lo smottamento – lungamente incubato – che ha condotto al ritiro di Ratzinger. L’analisi di Dezzani parte dagli Usa. Aprile 2009: Obama è insediato alla Casa Bianca da appena tre mesi «e con lui quell’oligarchia liberal decisa a sbarazzarsi di Benedetto XVI». In Italia esce “Vaticano SpA”, il libro di Gianluigi Nuzzi che “grazie all’accesso, quasi casuale, a un archivio sterminato di documenti ufficiali, spiega per la prima volta il ruolo dello Ior nella Prima e nella Seconda Repubblica”. Ovvero: «Mafia, massoneria, Vaticano e parti deviate dello Stato sono il mix di questo bestseller che apre la campagna di fango e intimidazione contro Ratzinger».

L’autore, secondo Dezzani, «è uno dei pochi giornalisti italiani ad essere in stretti rapporti con il solitamente schivo Gianroberto Casaleggio: Nuzzi ottiene nel 2013 dal guru del M5S una lunga intervista e, tre anni dopo, partecipa alle sue esequie a Milano». Nuzzi è una prestigiosa “penna” del “Giornale”, di “Libero” e del “Corriere della Sera”: è lecito supporre che «confezioni “Vaticano SpA” e il successivo bestseller “Vatileaks”, avvalendosi delle fonti passategli dagli stessi ambienti che si nascondo dietro Gianroberto Casaleggio ed il M5S»? Ipotetici, veri manovratori: «I servizi atlantici e, in particolare, quelli britannici che storicamente vivono in simbiosi con la massoneria». Il biennio 2010-2011 vede Ratzinger «assalito da ogni lato dalle inchieste sulla pedofilia, il tallone d’Achille della Chiesa cattolica su cui l’oligarchia atlantica può colpire con facilità», infliggendo ingenti danni. “Scandalo pedofilia, il 2010 è stato l’annus horribilis della Chiesa cattolica” scrive nel gennaio 2011 il “Fatto Quotidiano”.

È lo stesso periodo in cui l’argentino Luis Moreno Ocampo, primo procuratore capo della Corte Penale Internazionale ed ex-consulente della Banca Mondiale, valuta se accusare il pontefice Ratzinger di crimini contro l’umanità, imputandogli i “delitti commessi contro milioni di bambini nelle mani di preti e suore ed orchestrati dal Papa”. Poi arriva il 2012, ancora con gli americani in prima linea. Lo rivela Wikileaks, svelando l’esistenza di un documento «indispensabile per capire le trame che portano alla caduta di Ratzinger». È il febbraio 2012 quando John Podesta, futuro capo della campagna di Hillary, scrive a Sandy Newman un’email intitolata: “Opening for a Catholic Spring? just musing…” ossia: “Preparare una Primavera cattolica? Qualche riflessione…”. Già allora, Podesta era «un papavero dell’establishment liberal», capo di gabinetto della Casa Bianca ai tempi di Bill Clinton, nonché fondatore del think-tank “Center for American Progress”, «di cui uno dei principali donatori è lo speculatore George Soros». E Sandy Newman? Creatore di potenti think-tanks progressisti (“Voices for Progress”, “Project Vote!”, “Fight Crime: Invest in Kids”) in cui si fece le ossa, fresco di dottorato, il giovane Obama.

Scrive Newman: «Ci deve essere una Primavera cattolica, in cui i cattolici stessi chiedano la fine di una “dittatura dell’età media” e l’inizio di un po’ di democrazia e di rispetto per la parità di genere». E Podesta: «Abbiamo creato “Cattolici in Alleanza per il Bene Comune” per organizzare per un momento come questo, ma non ha ancora la leadership per farlo. Come la maggior parte dei movimenti di “primavera”, penso che questo dovrà avvenire dal basso verso l’alto». Lo scambio di email hacketrato ora da Wikileaks, aggiunge Dezzani, si inserisce perfettamente nel contesto degli ambienti anglosassoni liberal, «gli stessi dove si discute da anni della necessità di un Concilio Vaticano III che apra a omosessuali, aborto e contraccezione». 

Il mondo ha bisogno di un nuovo Concilio Vaticano, scrive nel 2010 un membro del “Center for American Progress”, che parla apertamente di una “primavera cattolica” «che ponga fine alla dittatura medioevale della Chiesa, sulla falsariga della “primavera araba” che ha appena sconquassato il Medio Oriente».

Di lì a poche settimane, continua Dezzani, «parte infatti la manovra a tenaglia che nell’arco di una decina di mesi porterà alla clamorose dimissioni di Benedetto XVI: è il cosiddetto “Vatileaks”, una furiosa campagna mediatica che attaccando su più fronti (Ior, abusi sessuali, lotte di palazzo, la controversa gestione della Segreteria di Stato da parte del cardinale Bertone) infligge il colpo di grazia al già traballante pontificato del conservatore Ratzinger, dipinto come “troppo debole per guidare la Chiesa”». L’intero scandalo, insiste Dezzani, poggia sulla fuga di notizie, «un’attività che dalla notte dei tempi è svolta dai servizi segreti». Notizie «trafugate» sono quelle che consentono a Nuzzi di confezionare il secondo bestseller, il libro-terremoto che esce nel maggio 2012: “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI”, poi tradotto in inglese dalla CasaleggioAssociati con l’emblematico titolo “Ratzinger was afraid: The secret documents, the money and the scandals that overwhelmed the pope”.

Chi è la fonte di Nuzzi, il cosiddetto “corvo”? «Come nel più banale dei racconti gialli, è il maggiordomo, quel Paolo Gabriele che funge da capro espiatorio per una macchinazione ben più complessa», sostiene Dezzani. Notizie “trafugate” sarebbero anche quelle che compaiono sul “Fatto Quotidiano”, utili a dimostrare che lo Ior, gestito da Ettore Gotti Tedeschi, per il giornale di Travaglio «non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali», né di «permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello Ior prima dell’aprile 2011». Gotti Tedeschi, ricorda Dezzani, verrà brutalmente licenziato dallo Ior il 25 maggio, lo stesso giorno dell’arresto del maggiordomo Gabriele, «così da alimentare il sospetto che i “corvi” siano ovunque, anche ai vertici dello Ior, Gotti Tedeschi compreso».

Notizie “trafugate”, infine, sarebbero anche gli stralci pubblicati da Concita De Gregorio su “La Repubblica” e da Ignazio Ingrao su “Panorama” nel febbraio 2013, «estrapolati da un presunto dossier segreto e concernenti una fantomatica “lobby omosessuale in Vaticano”: sarebbe la gravità di questo documento, secondo le ricostruzione della stampa, ad aver convinto Ratzinger alle dimissioni». Si arriva così all’11 febbraio 2013: durante un concistoro per la canonizzazione di alcuni santi, Benedetto XVI, visibilmente affaticato, comunica in latino la clamorosa rinuncia al Soglio Pontificio. «Fu costretto alle dimissioni sotto ricatto? Era effettivamente spaventato?». Ratzinger smentisce nel modo più netto. Di recente ha ribadito che «non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte». E ha aggiunto: «Nessuno ha cercato di ricattarmi».

L’11 febbraio 2013, Ratzinger aveva affermato di «non essere più sicuro delle sue forze nell’esercizio del ministero petrino». Lo si può capire: era «fiaccato da tre anni di attacchi mediatici, piegato dallo scandalo “Vatileaks”». Così, l’anziano teologo – 86 anni – ha scelto le dimissioni. Tutto calcolato? «Le disgrazie del “conservatore” Ratzinger ed il massiccio cannoneggiamento che ha indebolito i settori della Chiesa a lui fedeli, spianano così la strada ad un Papa modernista, che attui quella “Primavera cattolica” tanto agognata dall’establishment angloamericano», scrive Dezzani. «Il Conclave del marzo 2013 (durante cui, secondo il giornalista Antonio Socci, si verificano gravi irregolarità che avrebbero potuto e dovuto invalidarne l’esito), sceglie così come vescovo di Roma l’argentino Jorge Mario Bergoglio: primo gesuita a varcare il soglio pontificio, dai trascorsi un po’ ambigui ai tempi della dittatura argentina». Duro il giudizio di Dezzani: «La ricattabilità è un tratto saliente dei burattini atlantici, da Angela Merkel a Matteo Renzi». Inoltre, il nuovo vescovo di Roma «è salutato con gioia dalla massoneria argentina, da quella italiana e dalla potente loggia ebraica del B’nai B’rith, che presenzia al suo insediamento».

Lo stesso Bergoglio è un libero muratore? «Più di un elemento di carattere dottrinario, dal diniego che “Dio sia cattolico” all’ossessivo accento sull’ecumenismo, fanno supporre di sì», sostiene Dezzani. «Ma è soprattutto l’amministrazione democratica di Barack Obama e quella cricca di banchieri liberal ed anglofoni che la sostengono, a rallegrarsi per il nuovo papa». Bergoglio è il pontefice che «attua nel limite del possibile quella “Primavera Cattolica” tanto agognata (matrimoni omosessuali, aborto e contraccezione)». 

E’ il Papa che «sposa la causa ambientalista», che «fornisce una base ideologica all’immigrazione indiscriminata», che «sdogana Lutero e la riforma protestante». Ancora: è il pontefice che «sostanzialmente tace sulla pulizia etnica in Medio Oriente ai danni dei cristiani per mano di quell’Isis, dietro cui si nascondono quegli stessi poteri (Usa, Gb e Israele) che lo hanno introdotto dentro le Mura Leonine». È anche il primo Papa ad avere l’onore di parlare al Congresso degli Stati Uniti durante la visita del settembre 2015, prodigandosi per «sedare i malumori nel mondo cattolico americano contro la riforma sanitaria Obamacare».

L’ultimo clamoroso intervento di Bergoglio a favore dell’establishment atlantico, continua Dezzani, risale al febbraio 2016, quando il pontefice etichettò come “non cristiana” la politica anti-immigrazione di Donald Trump. Un «incauto intervento», che per Dezzani rivela «il desiderio di sdebitarsi con quel mondo cui il pontefice argentino deve tutto», ma c’era anche «la volontà di mettere al riparo la sua opera di “modernizzazione” della Chiesa». La vittoria di Hillary Clinton, cioè della candidata di George Soros e dell’oligarchia euro-atlantica, «era infatti la conditio sine qua non perché la “Primavera Cattolica” di Bergoglio potesse continuare». Al contrario, «la sua sconfitta ha smantellato quel contesto geopolitico su cui Bergoglio ha edificato la traballante riforma progressista della Chiesa», sostiene sempre Dezzani. «Come François Hollande, come Angela Merkel e come Matteo Renzi, Jorge Mario Bergoglio, benché vescovo di Roma, oggi non è altro che il residuato di un’epoca archiviata». Dezzani lo considera «un figurante senza più copione, fermo sul palco, ammutolito ed estraniato, in attesa che cali il sipario».

«Ultimo sussulto», da parte di Bergoglio, per «blindare la sua opera», il conferimento a tutti i sacerdoti della facoltà di assolvere dal peccato dell’aborto. A ciò si aggiunge «una terza infornata di cardinali (più di un terzo del collegio cardinalizio è ora formato da prelati a lui fedeli), così da imprimere un connotato “liberal” anche al futuro della Chiesa di Roma». Ma, per Dezzani, «è ormai troppo tardi», perché «la ribellione dentro la Chiesa alla sua “Primavera Cattolica” è iniziata». Quattro cardinali hanno di recente sollevato gravi contestazioni al documento “Amoris Laetitiae”, con cui Bergoglio ha chiuso i lavori del Sinodo sulla Famiglia, «contestazioni cui il pontefice non ha ancora risposto». E soprattutto: «Alla Casa Bianca non c’è più nessuno a proteggerlo. Anzi, c’è un presidente in pectore che, forte del voto della maggioranza dei cattolici americani, ne gradirebbe forse le dimissioni sulla falsariga di Benedetto XVI».
Un’analisi buia, estrema e sconcertante. In premessa, Dezzani la definisce “verosimile”. Poi però la sottoscrive senza più incertezze: per Bergoglio, dice, «la fine si avvicina».


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lunedì 28 novembre 2016

Spot degradanti per il "sì" del governo in carica per mantenere i privilegi acquisiti e conquistarne di ulteriori dopo il referendum

Il Partito Della vergogna



“Fino a una settimana  sapevamo che bastava un Si per curare il cancro, poi che la stessa medicina era una magica soluzione per i bambini diabetici e ora a Palazzo Chigi hanno scoperto che la stessa pillola serve anche per curare l’epatite. 

L’uso inumano e spregevole della malattia e del dramma per la campagna referendaria basterebbe  a definire il livello morale del governo, ma sarebbe insufficiente a descrivere la realtà perché le affermazioni sull’effetto taumaturgico del Sì sulla sanità italiana è una tale gigantesca bugia che nemmeno riescono a trattenersi dal dimostrare apertamente, ancor prima delle urne, la vacuità delle loro chiacchiere, come dimostra la cancellazione  dei 50 milioni per fronteggiare l’emergenza sanitaria provocata dai veleni dell’Ilva.

Questi vogliono a tutti i costi privatizzare la sanità, è chiaro come il sole anche se certamente non lo rivelano, ma è impressionante come un sistema informativo ormai al soldo, insegua ciecamente  la menzogna insita in questi spot degradanti di governo: infatti con la riforma del titolo V° si vuole far credere di voler riunificare la sanità riportando allo Stato le disposizioni generali di tutela della salute ed eliminando così le disparità. Ma in realtà questo è già previsto dalla Costituzione attuale e incarnato nei protocolli sui livelli essenziali di assistenza che stabilisce gli standard di cura. 

Al contrario la manipolazione guappo-renziana della Carta fondamentale non tocca per nulla il vero problema, ovvero lo squilibrio in termini di finanziamenti e di risorse organizzative tra le varie regioni e aree del Paese. Queste cose  dipendono invece dal governo e Renzi potrebbe farlo domani se proprio la cosa lo interessasse.

Ma se in giro ci sono delle carogne per le quali ci vorrebbe una Norimberga, fanno davvero pena i poveracci in senso morale e intellettuale che applaudono a queste enormità, che fanno finta di credere agli argomenti inesistenti, ad ogni clamorosa bugia, a quell’atmosfera maligna, incompetente, furba e ottusa rappresentata da Renzi e dai suoi ministri, si fa per dire. Il quale tra l’altro, mentre chiede riforme per la governabilità utilizzando gli argomenti che abbiamo visto, lascia trasparire in un modo palese la sgovernabilità democratica di cui è portatore, ovvero tutto il retroterra di affari, di menzogne, di piduismo, di voto di scambio, di gestione autocratica grazie all’occupazione del parlamento, di totale subalternità tranne che nell’assegno di mantenimento politico che lui e la sua banda si sono dati. 

Il tutto incartato nell’albagia cretina  dei politogi alla Cazzola che addirittura chiede  il colpo di stato dei carabinieri in caso di sconfitta. Fa pena il partito del guappo che con suprema irresponsabilità ha portato il paese allo scontro e dunque al baratro, scambiando le proprie convenienze di poltrona e di tangente con quelle della comunità nazionale, stracciando il patto sociale.

Così è fin troppo chiaro che qualora vincesse il Si, il Paese finirebbe per spaccarsi completamente e in maniera molto più radicale e profonda che all’epoca di Berlusconi, portando al disastro anche economico e spero vivamente anche molti culi al caldo del sì.   

Solo una vittoria netta del No potrà evitare questo baratro, non solo salvando la Costituzione, ma anche sconfessando un Parlamento formatosi in base a una legge elettorale dichiarata anticostituzionale e tutte le deiezioni viventi o semi viventi come certi emeriti, che ha creato nel frattempo”. (*)

Risultati immagini per il partito del sì

(*) fonte Simplicissimus